L’UTILITÀ DELL’INUTILE

La lettura, a dir poco illuminante, di due opere a carattere saggistico, “L’utilità dell’inutile” di Nuccio Ordine e “Sulle ceneri degli studi umanistici” di Antiseri e Petrucci, mi ha aiutato non solo a comprendere meglio  le ragioni di chi definisce inutile e fine a se stesso  lo studio delle discipline umanistiche, ma anche a riscoprire e a rivalutare gli aspetti, anche quelli meno evidenti e più reconditi, delle due lingue “morte”, il Greco e il Latino, sulle quali si basa il percorso di studi che ho scelto di frequentare.
Sicuramente,  in una società che corre veloce  come la nostra, ai più le discipline umanistiche potranno risultare inattuali, poco pratiche, assolutamente inutili a farsi strada nel mondo ormai “selvaggio” del lavoro che  chiede  la produzione immediata di cose concrete, e di certo non se ne fa nulla dell’elaborazione di un pensiero critico o filosofico, ad esempio, che rimane astratto e dal quale non si può trarre un profitto. La prima cosa che sottraggono le discipline umanistiche è il tempo: un tempo che a volte sembra essere stato impiegato a vuoto a causa di un mancato risultato finale, un tempo che non possiamo più, nel nostro secolo, concederci di sprecare. Ma quei minuti o quelle ore che abbiamo speso cercando di carpire il reale significato di una versione di Greco o di Latino,  alla quale magari non siamo riusciti neanche a dare una validissima traduzione, non sono stati minuti o ore impiegati invano, come potrebbe sembrare ad un’analisi disattenta, ma momenti in cui abbiamo fatto qualcosa di tanto nobile quanto in disuso: ci siamo fermati a pensare, e non importa dove quel pensiero ci abbia condotto, quello che conta è il percorso che ci ha portato al punto di arrivo.
Il succo del discorso è, quindi, che il problema forma, l’esercizio addestra: la versione è sempre un problema e va risolto, un esercizio di geometria o matematica in quanto tale più che risolverlo, nella maggiore, lo si esegue proprio perché uno studente non può sbagliare, deve arrivare a quell’unico incontrovertibile risultato. Una versione invece dà certamente più spazio alle ipotesi, alle discussioni, addirittura all’interpretazione personale che, se fatta con criterio, può discostare anche dalla traduzione proposta dall’insegnante. Quindi, il Greco e il Latino, seppur supportate da, lo ammetto, una pesante ma necessaria parte di nozionismo, sono materie che ci formano di un sapere globale non indifferente: l’obiettivo del Liceo Classico non è l’erudizione, a cui può sopperire ormai Wikipedia, ma l’interiorizzazione di una conoscenza e consapevolezza che ci dà un’arma importantissima: quella di capire il tempo in cui viviamo senza essere “schiavi”.
Le discipline umanistiche così come l’arte, la musica, la poesia, la lettura di un libro, ma se ci riflettiamo anche lo stesso amore, sono forse sì inutili, perché non sono una garanzia, non ci danno niente di pragmatico, ma come diceva Montaigne “ Niente è inutile, neanche l’inutilità stessa”, e infatti se non fossero state coltivate  le cose sovra citate dove ci troveremmo?  In un mondo triste, vuoto, spento dove non ci sono più idee, ma solo persone che sanno fare ma non capire.
Le discipline umanistiche hanno costruito il mondo in cui oggi viviamo, e lo hanno riempito di bellezza: non frutteranno denaro, non porteranno un pasto caldo a tavola, ma ci danno una grande ricchezza che non potrà mai essere dimezzata da un crollo della Borsa o da una crisi economica: la ricchezza della mente e dell’anima.

Rebecca Tamburro III A Liceo classico

 

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