Così vicini, così lontani! (Quello che la bocca non dice)

 

Loro erano così: orgoglio sempre sguainato e sfolgorante, cuore di ghiaccio e testardaggine adamantina quale cornice di fondo.
Non avevano mai ammesso di amarsi, seppur ormai lo facessero da anni in una ossessiva “coazione a ripetere”.
Un amore sbocciato e lentamente appassito nei reciproci silenzi impenetrabili, dove solevano scomparire e annichilirsi.
Riuscivano a capirsi per connaturalità ascoltandosi solamente al fruscio della loro voce argentina, perché si sa, gli occhi possono talvolta mentire, ma la voce no: tradisce le emozioni, i battiti del cuore, le ansie, le paure, le insicurezze.
Così era per loro, attori del loro stesso amore, come il grano nato in un biondo campo d’estate, fra tenacia e determinazione, perseveranza e sopportazione e, lentamente maturato, grazie, ai momenti di condivisione, di complicità, di calore, di sole!
Tutto, però, era tra loro troppo esuberante e velocemente vengono trascinati, come i dannati del canto V dell’Inferno, nella bufera della loro stessa passione da loro tanto agognata, follemente desiderata, voluta.
Eternamente divorati da sè medesimi, così come la mantide religiosa fa con il suo compagno…
La loro spietata trasparenza aveva messo in rilievo alcune sbavature del loro rapporto, disordini che, se fossero stati curati in tempo, avrebbero potuto arginare il torrente gonfio di acque, che ora, impetuoso scorreva ed esondava su di loro, frantumandoli ancor più, “affogandoli” in una esistenza sempre più liquida!
Si percepiva già da tempo nell’aria quel senso di amaro e di “viscida strana singolarità” indisponente, che non erano più abituati a percepire; se ne erano dimenticati da tempo, non ci facevano caso, non erano previdenti, vivevano alla giornata, senza futuro, senza passato, in una bolla eterea.
Era quasi diventata un’abitudine vivere una vita decostruita, sentirsi sdoppiati, separati, ma, ad un tempo, fortemente, follemente vicini, attirati incosapevolmente, da qualcosa, da qualcuno come una da una calamita!
La salita per ritrovarsi sarà, però, molto erta e difficoltosa, specialmente, quando si cammina a zonzo, a tentoni, senza meta, senza orientamamento!
Sarà il fato beffardo a decidere di loro: “Oh ente supremo e bastardo che osi dividere cotanta gioia, che riesci a mettere caos anche nelle armonie più belle!”.
Così, come Ulisse e i suoi uomini nelle grinfie di Scilla, anche loro, nonostante la solerzia e la fatica, restano oramai succubi di una forza impetuosa, imprevedibile, cinica, maligna!
Sarebbe stata lei a decidere del loro destino, delle loro vite, come fa un burattinaio con le marionette che passivamente si prestano ad essere manovrate, come oggetto di elogio, di riso, di indignazione, di stupore o di divertimento in mezzo ad un pubblico beffardo, irriverente e caotico.
 Esposti alla gogna, nudi , spogli della loro stessa scorza di pudore, esibiti quale carnascialesco carro allegorico e scrutati morbosamente in tutti i loro difetti, in tutte le loro imperfezioni!
Ma ancora non ė la fine, poiché nonostante tutto non si sono completamente perduti: restano solo qualche “latitudine” più distanti di prima, “un piccolo mondo” più in là!

Orazio Pucci IV B Liceo Scientifico Istituto “G. Carducci” Comiso (RG)

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