Liceo Scienze Umane "U. Mursia" - Capaci

Docente responsabile Sofia Cardella

L’utopia di un mondo normale

Capaci. Martedì 21 febbraio presso la sala consiliare del comune, Caterina Brigati ha tenuto un incontro per discutere ed interrogarsi insieme alle nuove generazioni circa il tema del diverso. Caterina Brigati è l’autrice della raccolta “La figura del diverso nell’immaginario occidentale.” Il libro è un’antologia, ben studiata, costituita dalle opere italiane più significative che hanno come tema principale il diverso in tutte le sue sfaccettature. Si parla del diverso sia come condizione dell’essere che come ruolo sociale. All’incontro, organizzato dal Liceo delle Scienze Umane di Capaci, ad intervenire, oltre all’autrice, erano presenti il prof. Marco Santaguida e la dirigente scolastica Giusi Di Blasi.

L’autrice sottolinea più volte quale sia lo scopo del suo libro: “Ero consapevole che non avrebbe potuto essere esaustivo e che non ci sono verità, ma il mio intento era quello di spingere a riflettere tramite spunti.”

Ma chi sono i diversi? E soprattutto cos’è che tanto ci spaventa? 

Il tema del diverso non è mai stato più attuale. Gli italiani vivono una condizione nella quale sono costretti a rapportarsi con il diverso nel quotidiano. Mi riferisco al flusso di immigrati che interessa l’Italia e che è aumentato negli ultimi dieci anni risvegliando negli italiani l’essenza della polemicità. Basterebbe pensare che siamo tutti cittadini del mondo per abbattere almeno la metà dei muri che noi tutti abbiamo innalzato mattone per mattone.

La diversità è presente in ogni cosa; è una delle poche verità che ci sia permesso possedere. Allora cos’è che continua a spingerci verso il raggiungimento di una normalità che spesso non è altro che banalità incentivata dalla società?

Probabilmente quello che ci spinge a voler essere normali è il bisogno di sicurezze, perché l’identificazione con un gruppo dà solidità ed è più facile che preservare la propria diversità, che spesso non è altro che originalità. La paura di essere emarginati ed esclusi, e a volte incompresi, ci spinge a cercare l’accettazione di un gruppo e l’esigenza di sentirci più sicuri ci costringe a smussare alcune nostre caratteristiche. Bisognerebbe invece che ognuno capisse che è bello essere diversi, anche se questo può spingere a delle scelte difficili e ad avere difficoltà nell’approccio con l’altro.

Si diventa diversi oppure ci si nasce? 

Non lo so se si diventa diversi oppure ci si nasce. Penso che ognuno di noi abbia delle peculiarità e se queste non sono riconosciute dagli altri si è diversi. Altre volte può capitare che volontariamente si facciano delle scelte che non ci omologhino agli altri. Forse è frutto sia di caratteristiche personali che di scelte. Inoltre bisogna capire se è la diversità del singolo oppure se è la diversità dei gruppi. Perché a volte si è diversi in un gruppo di pari pur avendo le stesse origini, stessa etnia e stesse caratteristiche. Altre volte invece si è diversi perché si hanno peculiarità somatiche o culturali che non sono uguali a quelli degli altri.

Cos’è che ha innescato in lei il bisogno di riflettere sul tema del diverso?

È stato tutto molto casuale. Io apprezzo moltissimo il professore Luperini, autore di una letteratura molto importante per i licei, e, durante ad un corso a cui ho partecipato come insegnante, sono stata notata e mi è stato proposto di collaborare per realizzare questo libro. Mi sono stati proposti tanti temi ma quello della diversità è stato quello che mi ha colpito di più perché a tutti capita di sentirsi diversi prima o poi. Ciò spesso avviene perché non ci si riconosce nelle scelte che gli altri condividono, mi riferisco anche alle cose più banali, e ci si sente esclusi e messi da parte. È questo che mi ha spinto ad affrontare questo tema. È una delle tematiche di stringente attualità, visto che continuiamo a ghettizzate il diverso, ma anche un tema esistenziale, perché spesso ognuno di noi noi si sente estraneo rispetto alla vita e a quello che tutti quanti pensano.

Gli emarginati, i deformi e i mutilati, i ribelli, gli sciocchi e gli omosessuali sono coloro che nel suo libro vengono etichettati come diversi. Tutti, o quasi, hanno in comune il fatto che la diversità sia stata nutrita in buona parte dalla società. Crede che senza la spinta di quest’ultima i personaggi avrebbero vissuto da “normali”?

Non sono sicura di come avrebbero vissuto. Di sicuro la società influenza moltissimo e fa tanto anche il tipo di educazione e di propaganda che la società dà. A volte siamo convinti che quello che sia accaduto agli ebrei non si possa ripetere perché non ci sono le condizioni storiche perché ciò avvenga, mentre non ci rendiamo conto della marginalizzazione a cui costringiamo altri diversi che riteniamo inferiori e verso cui continuiamo a mantenere un atteggiamento di tolleranza. Spesso a quell’inferiorità li costringiamo noi stessi, provando compassione nei loro confronti. Anche i social e i nuovi media solitamente lanciano messaggi che non sono positivi e che spingono ad emarginare chi non appartiene al nostro stesso gruppo o alla nostra stessa etnia.

Qual’è il tipo di diversità che costituisce il maggiore ostacolo all’integrazione?

Io penso che la maggiore diversità sia la normalità ovvero la necessità che si avverte di normalizzare tutti. Voler ridurre tutti ad un certo canone o a certe caratteristiche che devono omologarci. Al contrario bisognerebbe capire che l’acquisizione della propria identità nasce dal confronto con l’altro. Si impara ad essere se stessi quando siamo chiamati dall’altro e solo chi ci chiama può identificarci quindi bisognerebbe cercare di apprezzare di più la diversità e un po’ meno la normalità.

 

Alessia Augello V B

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