GIOCHI DI GUERRA

 

Mimetizzati nella foresta o nel fango della trincea, adulti e bambini si danno battaglia a colpi di pallini di plastica. In Italia sono ormai decine di migliaia i giocatori occasionali. Le forze dell’ordine di diversi Paesi si sono ispirate al gioco del softair per affinare le tecniche di addestramento.

Con il Softair dilagano i conflitti simulati, distinti ragionieri, illustri avvocati, forzuti camionisti e atletici ragazzi, senza distinzioni strisciano tra l’erba con il mitra in pugno e trascorrono minuti interminabili, camuffati tra i cespugli in attesa del “nemico”. Cifre ufficiali non ce ne sono, ma per qualcuno sono mezzo milione gli italiani che almeno una volta nella vita hanno svestito i panni civili e provato l’adrenalina della guerra simulata. I 70mila giocatori assidui replicano con precisione le tattiche militari nei boschi o all’interno dei campi attrezzati (con trincee, bunker, torrette e zone labirinto) che spuntano come funghi lungo la nostra Penisola. A differenza dei militari però, i “soldati del softair” – il gioco nato nel 1980 in Giappone e arrivato in Italia solo 10 anni dopo – sparano raffiche di pallini in plastica da 6 millimetri.

Le regole del gioco sono semplici: nessun contatto fisico, le armi non possono avere una potenza superiore a un joule e chi viene colpito deve “dichiararsi” e abbandonare il campo di gara. Vince la formazione che resta in vita. La condizione necessaria per portare a termine gli obiettivi prefissati dai giudici è il gioco di squadra. Occorre saper accerchiare il nemico, magari sorprendendolo alle spalle, senza farsi colpire. Questo vale per le giocate domenicali e i campionati italiani, organizzati in match della durata di 15 o 30 minuti l’uno. Esistono però, anche le simulazioni militari, a cui prendono parte oltre 1000 persone contemporaneamente e che durano 72 ore ininterrotte.

Ma proviamo a tracciare il profilo del giocatore tipo. Se fino alla metà degli anni ’90 si trattava di pochi appassionati adulti che si sfidavano liberamente nei boschi, oggi i campi da softair sono frequentati dai bambini fino ai pensionati, compresi gli appartenenti alle forze dell’ordine.

E se è complesso risalire al numero dei giocatori, è semplicissimo altresì rendersi conto di come il softair abbia messo in moto un’economia dalle cifre importanti. “Basti pensare che un negozio in media ha un fatturato di 300mila euro l’anno”, assicura Riccardo Camera, commerciante di prodotti da softair.

UN MERCATO IN CONTINUA SALITA

La gamma di prodotti in commercio è davvero ampia. Le armi giocattolo vengono prodotte in Cina e Giappone, importate in Italia dai grossisti con sede a San Marino (per motivi fiscali) e poi rivendute al dettaglio. Fucili e pistole sono repliche perfette di quelli in dotazione agli eserciti di mezzo mondo. Funzionano a batteria, a gas o a molla. Il costo minimo per un fucile è di 80 euro, quanto vale un G36, esemplare attualmente in uso all’esercito tedesco. Un mitragliatore Barret, la semiautomatica per le lunghe distanze costruita con i medesimi materiali di quella autentica, costa 1.400 euro, ottiche escluse. La forbice di prezzo è pressoché la medesima anche per le pistole. Un esempio? Una rivoltella può valere 10 euro (quelle a molla) come 500, cifra che corrisponde al prezzo di una “Hikapa” per il tiro dinamico da softair. Poi ci sono gli accessori. Mimetiche (costano dai 30 ai 250 euro), caricatori (dai nove ai 60 euro), munizioni (10 euro), radio (50 euro), sacche borraccia (in vendita da 15 a 100 in base al materiale) e occhiali (dai sei ai 200 euro): tutto materiale di provenienza militare che ha un valore piuttosto elevato. Anche se il gadget più curioso resta la bomba a mano, “l’ananas” (valore, 30 euro). Si carica con farina e pallini in plastica. Una volta estratta la spoletta il meccanismo a gas consente che si apra e disperda la rosa di munizioni. Si utilizza per “annientare” gli avversari nelle grotte e nei rifugi al chiuso.

IN CAMPO ANCHE POLIZIOTTI E ALTRI FUNZIONARI DELL’ ORDINE

Militari dell’Esercito, carabinieri e poliziotti dei corpi speciali: sono molti gli appartenenti alle forze dell’ordine che nel tempo libero svestono la divisa per dedicarsi al softair.

Questa attività si è diffusa a macchia d’olio su tutto il territorio nazionale. Da qualche anno poi, i corpi speciali di polizia europei, come quelli francese e tedesco, si sono ispirati al softair per i propri addestramenti: utilizzando armi cariche di munizioni non letali. Fonti qualificate in polizia rivelano che questa innovazione è stata introdotta anche per le esercitazioni dei NOCS italiani. Essi “impiegano una tecnica di allenamento chiamata ‘force one force'”, spiega un’agente NOCS, “è basata sulla simulazione delle condizioni che un operatore può trovare durante un reale conflitto a fuoco. Tuttavia non utilizzano armi da softair, ma modificano tramite speciali kit quelle d’ordinanza. Legalmente questo tipo di addestramenti in Italia è riservato alla polizia di Stato e ai militari. Le polizie locali e le guardie giurate non vi hanno accesso. Anche se potrebbero tranquillamente ottenere gli stessi risultati utilizzando armi giocattolo”.

Attraverso esercitazioni che possono essere semplici o molto complesse, “si riescono a testare le proprie capacità di tiro contro bersagli umani che sparano in movimento”, chiarisce l’agente “il che costituisce una profonda differenza rispetto alle esercitazioni tramite i bersagli fissi dei poligoni”. Insomma, la logica del “force one force” è analoga a quella del softair. “La particolarità di questo sport infatti, è la sua capacità di stimolare il coinvolgimento cognitivo ed emozionale dell’operatore, in pochi secondi restituisce alla persona l’idea di un vero scontro a fuoco. Perché nella realtà come nel softair, le pallottole viaggiano in entrambe le direzioni e l’aggredito è costretto a far fuoco per salvarsi la vita”.

di Alessandro Gozzoli III B Informatico Istituto V. Arangio Ruiz Roma

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