Una scuola in giallo, racconto

Oggi Marco era di turno nella pulizia del porticato della scuola. Era andato un attimo a prendere un mocio nello stanzino del bidello: questo era  stretto e cupo, una sola lampadina lo illuminava fiocamente; a fianco c’era un armadio pieno di detersivi. Come al solito c’era un gran disordine perché i ragazzi, dopo aver finito il loro turno di servizio, non risistemavano il ripostiglio.

Ad un certo punto, Marco cercò di uscire da questo buco, ma rimase intrappolato nel disordine; provò a farsi largo in tutti i modi, ma invano. Poi gridò: “Aiuto! Sono intrappolato! Aiuto!”. Dopodiché entrò una persona, ma Marco non riuscì ad identificarlo perché cadendo aveva spento la luce. L’uomo gli disse di calmarsi, ma ad un tratto “BOOM!”.

A quel rumore tutti accorsero, tranne Don Stefano che era già in zona; il prof. Bertossio arrivò qualche minuto dopo, perché era in classe a correggere le verifiche della 2aB.

Marco era steso a terra immerso in una pozza di sangue. Lui era un ragazzo gentile ed amichevole, andava d’accordo con tutti. All’istante portarono il cadavere fuori dallo stanzino, mentre Don Stefano chiamava l’investigatore.

Dopo poco arrivò e iniziò ad esaminare la vittima che aveva un foro sul torace. Fattosi una sommaria idea dell’accaduto, il detective annunciò: “Gli hanno sparato con una pistola, è morto da circa un’ora”.

Il vento sibilava e nessuno diceva niente. L’investigatore ruppe il lungo silenzio: “ E’ stato un uomo di altezza superiore a 1,80 m e robusto: altrimenti non si spiegherebbero i detersivi caduti a terra che in precedenza stavano sopra questa mensola”. I sospettati si ridussero drasticamente: quasi tutti i salesiani e gli insegnanti dell’istituto non superavano quell’altezza; il detective chiese a Don Stefano cose stesse facendo dieci minuti prima dell’accaduto: lui era solo sul retro, vicino allo stanzino. All’inizio tutti i sospetti ricaddero su di lui, ma queste ipotesi vennero subito screditate da un professore dell’istituto tecnico che aveva udito il colpo. Lui confermò: “Don Stefano non è stato di certo, lo stavo guardando al momento dello sparo; i miei alunni non avevano sentito il colpo e per non terrorizzarli ho dato loro un compito da svolgere mentre io guardavo fuori dalla porta dell’aula. Don Stefano era nel corridoio con il rosario in mano”.

Adesso tutti guardavano il professor Toros, l’altro spilungone della sala insegnanti; egli subito chiarì: “Io ero in segreteria a controllare che gli alunni avessero fatto firmare il modulo di adesione alla gita”. Il gruppo andò in segreteria e chiesero conferma alla segretaria, lei annuì.

L’unico sospettato rimasto era il professore Bertossio. Alto e magro, aveva occhi azzurro ghiaccio che non rassicuravano nessuno. Andarono tutti nella classe dove lui stava correggendo e valutando le verifiche; sotto la cattedra un oggetto sconvolse gli adunati: una pistola! Lui immediatamente si difese: “Non sono stato io! Lo giuro! Non possiedo alcuna pistola!”.

L’investigatore scorse una telecamera nell’angolo della classe e chiese di esaminare il filmato. In questo si vedeva che, dopo che Bertossio era uscito per andare a vedere l’origine del grande frastuono, era entrato un altro professore, il famigerato dottore e scienziato Calderini, che aveva posizionato la pistola sotto la cattedra.

Tutti andarono verso la sala insegnanti, dove videro il professor Calderini che scendeva correndo le scale. Il detective con uno scatto felino lo fermò, accusandolo e mostrandogli le prove. Calderini si arrese e confessò: “Mi avete scoperto! Pensavo di averla fatta franca: dopo aver sparato a Marco, ho buttato giù i detersivi per far ricadere le colpe su Don Stefano o Bertossio; poi ho sistemato la pistola sotto la cattedra. Adesso stavo per uscire, ma voi mi avete fermato; non sapevo dell’esistenza di quella telecamera. Accidenti! Se vi chiedete perché l’abbia fatto, il motivo è semplice: Marco prendeva sempre dieci e io mi ero rotto! Almeno in prigione non devo pensare né a voti né a scrutini!”.

 

Davide Iuri

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