IIS Savoia di Chieti 

Docente responsabile Fazii Patrizia

OPERAZIONE BLUE RIVER Liberamente ispirato a fatti realmente accaduti: tra vero e verosimile

“… jamm affà ‘na scarrozzat”: a chiamarmi erano i miei amici di avventura con cui ero solito fare esaltanti escursioni in FreeBike. Così il 28 giugno 2007, un giorno che non dimenticherò mai, perché quella non fu la solita uscita in bike, io, Riccardo, Marco, Luca, Federico, Giorgio e Andrea decidemmo di dirigerci verso la sorgente del fiume Pescara. Indossai velocemente casco, scarpe, pantaloncini e maglietta, mi munii di borraccia, barrette energetiche, saltai in groppa alla mia Treck e via verso la meta.

Dopo un quanto d’ ora di rilassante discesa passammo per Scafa e giungemmo a Piano D’Orta dove ci fermammo per il primo break. Con il pieno di energie proseguimmo per Popoli fino ad arrivare a Bussi. La fatica si faceva sentire ma il suono prodotto dallo scorrere dell’acqua ci spronava a proseguire, l’aria era sempre più pesante ed il respiro più affannoso.

Costeggiando gli argini del fiume Aterno-Pescara iniziammo a notare che la vegetazione si faceva sempre più rada e spesso, dove le acque erano più azzurre, galleggiavano corpi argentei di pesci senza vita.  Ma come poteva essere possibile che proprio “dov’era più azzurro il fiume” i pesci fossero morti?

Il dubbio e la curiosità ci spinsero fino a Bussi, disposti ad investigare sul   mistero delle acque blu.  Pedalammo velocemente e  arrivammo nella  piazza del paese dove seduto davanti al  bar Centrale  c’era un anziano signore cui chiedemmo spiegazioni e dal quale venimmo a sapere che a tinteggiare di  azzurro intenso le acque dell’ Aterno-Pescara erano le scorie industriali  della fabbrica di sostanze chimiche, Sixelos Yavlos, di cui  lui era stato dipendente, che  dal 1936 venivano smaltite  nel fiume; sostanze tossiche come il cloroformio, il tricloroetilene e il tetracloroetilene da decenni avvelenavano i campi limitrofi e le acque del fiume tra l’indifferenza dei cittadini, che ritenevano l’azienda  l’unica risorsa  economica capace di garantire  un posto di lavoro sicuro e dignitoso, e  quella delle amministrazioni locali che non erano mai state interpellate e sollecitate al  controllo  per l’accertamento della salubrità dell’ambiente e dell’ecosistema del fiume.

Non lo sapevamo ancora ma avevamo scoperto la più grande discarica abusiva di rifiuti tossici d’Europa. Dapprima incuriositi e, preoccupati poi, demmo avvio alla nostra indagine che decidemmo di denominare “OPERAZIONE BLUE RIVER”. Adesso non restava che organizzare un piano d’attacco efficace. Dopo aver ragionato a lungo sul da farsi decidemmo che era arrivato il momento di prendere il coraggio a quattro mani, scuoterci da dosso l’indifferenza, l’abulia e la vigliaccheria ed essere cittadini attivi capaci di contribuire all’emergere della verità. Pensammo che la prima cosa da fare fosse denunciare alle autorità competenti quanto avevamo scoperto affinché si potessero effettuare tutte le verifiche necessarie per poter accertare se la concentrazione degli inquinanti fosse superiore ai limiti previsti dalla legge e, nel caso ciò si fosse verificato, inchiodare alle loro responsabilità i dirigenti dell’azienda.

Puntammo le nostre bike verso casa perché ormai si era fatto tardi ma eravamo fermamente decisi ad andare fino in fondo.

Il giorno seguente a scuola ne parlammo con alcuni nostri insegnanti che ci diedero qualche consiglio sulle modalità da seguire per effettuare la denuncia e con la loro consulenza scrivemmo una lettera all’Ufficio Regionale per l’Ambiente. Le nostre richieste furono ascoltate ed accolte, grazie anche alla sensibilità per le problematiche ambientali di alcuni amministratori e, nel giro di un mese, iniziarono sopralluoghi e prelievi lungo il corso del fiume Aterno – Pescara. L’esito dell’indagine diede inizio ad una lunga inchiesta avviata dalla Procura della Repubblica di Pescara di cui poi  l’eco è rimbalzata su tutti i media.

Ma noi non eravamo pienamente soddisfatti volevamo di più, volevamo incontrare uno dei manager della Sixelos Yavlos.

  Riprendemmo le indagini per risalire ad almeno uno dei direttori dell’azienda e dopo aver superato momenti di sconforto, quando eravamo ormai convinti che tutto fosse inutile, riuscimmo a rintracciare  l’Ing. *,  ormai però in pensione.   Emozionati e preoccupati ci recammo all’indirizzo in nostro possesso e con il cuore in gola suonammo il campanello della sua abitazione; venne ad aprirci un distinto ottantenne che, saputo il motivo della visita si rese disponibile a soddisfare tutte le nostre curiosità. Per essere sicuri che l’intervistato ci raccontasse la verità e nient’ altro che la verità, avevamo portato con noi una bottiglia magica di Montepulciano D.O.C. prodotto dalla cantina del padre di Andrea e invitammo l’Ing. * ad assaggiarlo per decretarne la qualità. E … ”in vino veritas”: la verità sepolta da anni nella memoria riemerse lucida ed inquietante ed insieme ad essa i ricordi di gioventù, quando anche lui da ragazzo trascorreva pomeriggi d’ estate pescando e divertendosi con gli amici nelle acque meno blu ma più pulite dell’ Aterno-Pescara. Intenerito da quei ricordi e schiacciato dal peso dei rimorsi per aver taciuto per anni quanto accadeva all’interno della fabbrica combattuto tra la salvaguardia dell’ambiente e la difesa di centinaia di posti di lavoro, decise di rimediare al danno ambientale contribuendo finanziariamente alla bonifica del territorio.

L “OPERAZIONE BLUE RIVER” era compiuta, il paesaggio sarebbe stato tutelato, la popolazione non avrebbe più dovuto scegliere tra lavoro e salute, noi eravamo orgogliosi di noi stessi; una banale gita in bike si era trasformata in un’importante occasione di impegno civile: ci sentivamo grandi, per la gente del posto eravamo diventati dei piccoli eroi, le nostre biciclette da quel giorno furono destrieri e  d’allora  tutti ci chiamano i  cavalieri  del BLUE RIVER.

IIS  Luigi di Savoia”  classe 2A Informatica

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