Liceo Vivona di Roma

Docente responsabile Manuela Alfani

Ragazzi, uscite di casa!

Intervista a Don Alessandro: sacerdote e professore, dinamico e arguto, che vive tra i giovani e per i giovani. Le sue parole, che mostrano una visione introspettiva sui ragazzi e sulle loro scelte di vita, esplicano l’unica via perseguibile per la realizzazione dei propri sogni.

  • Qual è la realtà che i giovani di oggi devono affrontare?
  • Innanzi tutto, per giovani si intende la fascia che comprende l’età dell’adolescenza fino a 28 anni. Questa generazione ha insite delle potenzialità e delle fragilità che sorgono per la prima volta nello scenario di una società possibile. La motivazione risale al periodo di crescita, attraversato all’ombra di una grande crisi epocale, che ha completamente rimesso in discussione l’ideale di società capitalista e che ha fatto saltare gli assunti e le sicurezze delle precedenti generazioni. Così che il modello economico attuale è quello dell’uomo flessibile, ovvero di colui che impara ad adattarsi in un sistema economico in costante cambiamento e che si regge su basi molto più fragili di quelle delle generazioni precedenti. Dunque, la grande sfida che i giovani di oggi devono affrontare è riscoprire un senso e uno slancio per la loro esistenza, credendo alla possibilità di far fare al mondo un passo in avanti mediante le loro scelte e l’assunzione di responsabilità.
  • Come si generano le deviazioni che i sogni dei giovani subiscono?
  • Ci sono due tipi di deviazioni possibili da un cammino buono. La deviazione di fondo, ereditata dalle generazione passate, che è la ricerca di sicurezze auto-affermative, per cui la persona ha come perseguimento massimo il benessere: chi approccia la vita in questo modo, pur raggiungendo una certa tranquillità, si troverà sempre in una situazione di completa sterilità. Questo perché ha ereditato una visione che collima e sembra risolvere l’insicurezza connaturata ad ogni essere umano, ma in realtà non fa altro che convalidare tale insicurezza come principio di scelta. Un altro tipo di deviazione è quella dovuta alla volontà e alla libertà dell’uomo, ferite dal peccato. Quindi, sebbene un ragazzo possa partire da buone premesse, alla fine darà ragione alla paura che opera in lui e devierà verso la prima cosa, cioè un controllo, una ricerca auto-affermativa che gli porti stabilità. Questo rompe la comunione con gli altri, in quanto l’individuo, guidato dalla ricerca di sicurezze, in ultima analisi assume una logica di selezione naturale. E.g. “La mia libertà inizia dove finisce la tua” è la tipica frase con cui si esprime un concetto di libertà egoista e menefreghista, e che soprattutto rompe qualsiasi relazione con gli altri.
  • Alla luce dei suoi incontri con i ragazzi, è possibile affermare che molti di loro preferiscano fuggire dalla realtà?
  • L’unico modo per fuggire dalla realtà è trovare un sistema di evasioni. I ragazzi con cui ho spesso a che fare hanno già deciso di affrontare i problemi della vita, almeno nel desiderio. Anziché convalidare una logica di evasioni, stanno cercando di iniziare un percorso in cui, chiamando per nome i problemi e affrontandoli, da una conoscenza delle proprie fragilità si arrivi ad una conoscenza profonda di sé, così da capire qual è la loro vera strada. Quindi i giovani che si rivolgono a me hanno scelto a priori di lavorare sulla propria vita. Di fatto, soltanto coloro che credono nella possibilità di giocarsi in una visione più ampia possono contribuire al cambiamento reale della situazione. Ma, di base, la premessa è sempre in una scelta di fondo pro o contro la decisione di giocarsi nell’amore per gli altri e per il bene comune.
  • In che modo lei guida i giovani nelle loro scelte?
  • Il tipo di percorso che propongo ai ragazzi è di discernimento e ha tre livelli. Il primo consiste nell’imparare a chiamare per nome ciò che condiziona la nostra vita; alla luce della scoperta di limiti, freni e resistenze, il secondo livello è quello del rinvenimento della propria vocazione; infine, il terzo determina il superamento di sé, nella visione più ampia, la donazione di sé, la scoperta che l’unica forma di vita possibile è di chi si gioca nell’amore. Sostanzialmente, è un metodo per iniziare a chiamare per nome le proprie difficoltà, così da poter prendere le redini coscienti della nostra vita. Ultimamente sto anche lavorando con la cooperativa Sofia, fondata appunto da dei ragazzi partecipanti ai miei percorsi, per creare un progetto incentrato sull’orientamento professionale e il discernimento vocazionale. E questo progetto non a caso prende il nome di Elpis, che in greco significa speranza
  • Da cosa è nata l’idea di rapportarsi ai ragazzi in questo modo?
  • È nata dalla rabbia e dall’indignazione rispetto a scelte non fatte dai ragazzi, bensì da automatismi per i quali essi sembrano quasi messi su dei binari che arrivano poi a stazioni, in cui rimangono bloccati per tutta la vita. Quando ho deciso di lottare contro tutto questo, sono incominciati i miei percorsi alla guida dei giovani.
  • Come è iniziato il suo insegnamento nei licei?
  • È iniziato ormai quasi nove anni fa dalle scuole medie. Quando fui trasferito al Torrino come vice parroco e decisi insieme ai miei superiori di interfacciarmi alle realtà giovanili a partire dalle scuole. Dopo quattro anni di scuole medie, mi è stato proposto di passare al liceo Vivona e sono stato molto contento di questo passaggio.
  • Quando si affrontano tematiche così fondamentali in una classe di liceali, qual è la reazione che riceve dai suoi alunni?
  • Spero in primo luogo che siano comprensibili e credo che la maggior parte dei feedback li avrò in base alla qualità delle scelte che i miei studenti compiranno dopo il liceo. So comunque che le mie lezioni sono semi gettati. Mi colpiscono l’attenzione e la lucidità con cui persone tra i 14 e i 18 anni prendano argomenti che altri di 40 non riescono neanche a capire. Non mi sorprende che dei quarantenni non capiscano, mi stupisce invece come persone molto giovani intuitivamente recepiscano messaggi vitali. Ad esempio, qualche giorno fa, mentre passeggiavo per il mio quartiere, incontrai un mio ex alunno, accompagnato da un suo amico. Quest’ultimo, da me mai conosciuto, mi disse: “Ma lei è il prete del Vivona! Io voglio ringraziarla molto per un discorso riguardo il nostro futuro, che lei tenne due anni fa durante un’assemblea”. C’è dunque sete di questi temi da parte dei ragazzi, ecco perché io dedico il mio tempo e le mie forze a loro. Dal momento che sono sicuro che i giovani di questa generazione, nonostante tutte le loro fragilità e crisi, sapranno fare molto meglio di coloro che li hanno preceduti.
  • Qual è l’antidoto al fenomeno della depressione, della rinuncia immediata a realizzarsi e a realizzare così i propri sogni?
  • Innanzi tutto l’antidoto è un metodo. La prima cosa è chiamare le cose con il loro nome: questa non è depressione, bensì accidia, cioè la stanchezza rispetto al bene. L’antidoto all’accidia è iniziare a camminare, anche in termini non metaforici: occorre uscire di casa e muoversi perché la vita ci aspetta esattamente un centimetro fuori dalla porta di casa.

di Chiara Freddi

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