Liceo Scienze Umane "U. Mursia" - Capaci

Docente responsabile Sofia Cardella

Siamo rimasti soli, ma così mi sta bene

Siamo scappati.

Ancora non ci credo che finalmente io e Jonh siamo riusciti ad andare via da quella orribile casa famiglia. Dovevo trovare il coraggio molto prima, ma avevo troppo paura.

Paura di cosa? Se il piano non fosse riuscito e ci avessero preso questa volta ci avrebbero separati. Io in una città e lui a migliaia di chilometri di distanza da me, e io non posso abbandonarlo. Ho bisogno di lui, e lui di me. L’unica cosa che ci rimane dei nostri genitori è il peluche che tiene stretto a sè Jonh e il mio ciondolo a forma di cuore con dentro una loro foto.

Quella sera capii che qualcosa non andava. Ma c’era così tanta confusione, e le sirene dell’ambulanza e dei carabinieri sul vialetto di casa nostra. Le parole incomprensibili dei soccorsi, e i loro infiniti <<Mi dispiace.>> e le loro condoglianze.

Ero così confusa, che cosa succedeva? Perché tutte le persone intorno a me continuavano a piangere e tra i singhiozzi ripetevano quanto gli dispiacesse.

Dove sono mio padre e mia madre? Continuavo a chiedermi.

Per un momento – solo in quel preciso momento-, le sirene non le sentivo quasi più, sentivo solo le mie urla per la disperazione e per la frustrazione, forse anche rabbia perché pensavo fosse ingiusto che ci avessero lasciato da soli e senza neanche un addio. Sono stata così arrabbiata con loro, per poi capire che non era colpa loro se una macchina gli era andata addosso.

Sentivo solo le lacrime salate scorrermi sul viso. Sentivo solo il dolore alle mani per aver colpito ripetutamente qualcosa, e il dolore alla testa per aver strattonato i miei lunghi capelli per troppo tempo.

La stanza si era fermata insieme al mondo. C’ero solo io. Io e la rabbia, la solitudine, la tristezza di aver perso l’unica cosa che amavo, ma c’era anche speranza con me, la speranza di vederli entrare dalla porta di casa con un gran sorriso sulle labbra, dicendo che andava tutto bene ed erano tornati. Mai ho provato un dolore così.

<<Devi andare con questa signora.>> mi dicevano. <<Si prenderà cura di voi.>>. Anche non conoscendola vedevo nei suoi occhi color nocciola la tristezza e il dispiacere.

C’era così tanta confusione che non riuscii a prendere qualcos’altro che appartenesse a loro, un mio ricordo.

Adesso ero talmente annebbiata dai ricordi –incubi forse è meglio dire- che non mi sono neanche accorta che io e Jonathan abbiamo camminato parecchio e abbiamo finito per dormire su di una panchina nel bel mezzo di una strada trafficata di Londra.

Quando alzo lo sguardo, ad aspettarci ci sono due ragazzi. Quello che mi colpisce al primo impatto è il più alto, moro con capelli mossi e occhi verdi, e accanto a lui un ragazzo sempre con i capelli castani, lui porta i capelli ingellati dritti sulla testa.

<<Beh? Cosa avete da guardare?>> chiedo io. Sono parecchio irritata, non è buona educazione guardare le persone in quel modo.

<<Non è da tutti i giorni incontrare due barboni.>> risponde il più alto.

<<Non siamo dei barboni!>> Ma poiché capisco che era una battuta rido insieme a loro, questione di pochi secondi e mi rimetto sulla difensiva.

<<Non è comunque carino.>> Lui sorride e si presenta.

<<Io sono Logan e lui è Nate>> dice indicando il ragazzo più basso alla sua destra che fa un cenno con il capo.

<<Emily, e lui è Jonathan>> e lui ripete lo stesso gesto di Nate.

Logan indossa una felpa blu e jeans neri, Nate invece una maglietta bianca e anche lui jeans scuri.

<<Bene, piacere.>> conclude Nate <<Cosa ci fate da queste parti?>>

“Sai, siamo solo scappati da un orribile posto in piena notte e sicuramente ci staranno cercando. Ah! Ti starai chiedendo come mai dormiamo su una panchina ma non so risponderti, poiché mi faccio la stessa domanda. Non abbiamo soldi né un posto dove andare e forse il tuo amico ha ragione ad aver pensato che siamo dei barboni.”

<<Siamo solo di passaggio.>> mi limito a dire.

<<Oh beh, non vi avevo mai visto in giro.>> Continua Logan. Ha un accento britannico marcato e la cosa mi piace.

<<Perché siamo solo di passaggio.>> ribatto secca.

<<Bene, noi adesso andiamo. Ci si vede!>> ed entrambi spariscono tra la folla.

<<Eccoci qua.>> esclamo. Il cuore minaccia di uscirmi dal petto e le mani continuano a sudarmi quando tento di bussare alla porta.

<<Sei sicura di voler parlare con lei? E se non ci aiutasse?>>

<<Non lo so John, troveremo un posto, te lo prometto.>> Quando la porta si apre incontro gli occhi azzurri di Sarah. Ricordo ancora i bellissimi pomeriggi passati con lei quando ci faceva da baby-sitter, pensavo fosse la migliore perché insieme ci divertivamo sempre e sapevamo di poterci fidare, e spero sia ancora così. La donna che ricordavo dolce e gentile con me ci guarda attentamente per svariati secondi senza aprir bocca.

<<Em? John?>> Io annuisco. La ragazza che conosco bene, così fragile per quanto ricordo, si getta in ginocchio e i suoi occhi si riempiono di lacrime. Ci stringe a sé e io la lascio fare.

<<Mi dispiace! Mi dispiace tanto, giuro.>> Continua a ripetere tra singhiozzi. Quella sera, come sempre badava a noi e come sempre rispondeva al telefono fisso, come una brava padrona di casa.

C’era qualcosa di strano nel suo tono di voce, poi capii il motivo. Io e mio fratello eravamo seduti al centro della grande casa vicino al camino mentre giocavamo. Ero troppo occupata a giocare e non feci caso al suo sguardo perso nel vuoto, le lacrime agli occhi e il modo in cui lasciò cadere giù la cornetta del telefono mentre si si copriva con una mano la bocca che tremava.

<<Non è colpa tua.>> La rassicuro io.

<<Vostra zia Susan sa che siete qua?>> chiede alzandosi e cercando di asciugare le lacrime.

<<Non abbiamo più una famiglia.>> notando il suo sguardo confuso aggiungo <<Ci hanno abbandonati in una casa famiglia, a nessuno importava veramente di noi. Lei era troppo occupata a spendere i soldi dei nostri genitori dal parrucchiere o dall’ estetista per stare con noi, poverina però… Deve aver sofferto molto quando le hanno detto che quei soldi spettavano a noi.>>

Quella grande stronza, insieme al marito e i suoi figli si sono presentati solo per riscuotere il denaro alla morte dei miei. Quando non servivamo più hanno preferito buttarci in strada, e ora non abbiamo nessuna famiglia. Siamo solo io e John e mi sta bene così.

 

Dalila Carollo IIIA

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Email this to someone