Liceo Scienze Umane "U. Mursia" - Capaci

Docente responsabile Sofia Cardella

Il destino

˜ Parco cittadino, crepuscolo ˜

 

Una ragazzina giocava con degli aeroplani di carta, lanciandoli in aria e riprendendoli al volo. Si muoveva sulle punte, come danzando, e i corti capelli mossi si muovevano – nubi di polvere di stelle – attorno al suo viso.  Un ragazzino dai capelli neri la osservava, non molto distante.

«Ti hanno mai detto che sei una tipa strana?» Chiese il ragazzino, con le sopracciglia corrucciate. Lei si fermò qualche istante, sulle punte, e piegò la testa verso di lui. Ridacchiò sotto i baffi, e tornò a giocare con gli aeroplani.

«Sai, nessuno vuole giocare mai con me» rispose. Il bambino continuò a guardarla, cercando di capire che espressione avesse lei, che gli dava le spalle «forse è per questo».

Lui incrociò le braccia, stranito dal comportamento di lei. Non sapeva nemmeno come si chiamasse.

«Potresti almeno dirmi come ti chiami!» esclamò, stizzito.

Lei non rispose, e guardando fisso il terreno lasciò planare sull’erba umida l’ultimo dei suoi aeroplani.

 

 

˜ 10 anni dopo, via sconosciuta ˜

 

Aveva diciassette anni, e quella ragazzina senza nome non l’aveva più lasciato in pace. Quella volta, al parco, le aveva parlato solo perché le aveva fatto pena. La vedeva vagare sola per il quartiere, una bambina di sette anni, poteva benissimo capitare anche a lui. I suoi genitori lo lasciavano – e tutt’ora accade – spesso da solo per lavoro, ma lui aveva i suoi amici. Castiel non conosceva il concetto di solitudine, ma stava cominciando ad avere una vaga idea di cosa significasse il concetto di “soffocante”.

Lei presenza di lei stava diventando decisamente soffocante.

La trovava appoggiata ai lampioni fuori casa sua, sulla strada che percorreva la mattina per arrivare a scuola, al tavolo del bar in cui lavorava part-time, ad osservarlo quando, per caso, usciva con qualcuna. Era sempre sola, lo guardava con occhi tristi e tetri, seminascosti dai suoi capelli color del cielo stellato. Con quella sua pelle pallida era come un’apparizione sinistra e ultraterrena, e la cosa peggiore è che sembrava essere l’unico in grado di vederla.

«Insomma, quando la smetterai?!» le chiese una sera, esasperato, mentre tornava da scuola.

«Perché mai dovrei smettere?»

In tutti quegli anni, come se non bastasse, era rimasta con l’aspetto di una bambina di sette anni, forse solo leggermente più alta. Quella ragazzina aveva qualcosa di strano, ma se era una sua allucinazione, perché diamine la sua mente aveva partorito qualcosa di tanto opprimente? Si fermò e strinse i pugni, cercando di non urlarle contro.

«Perché non ne posso più di averti sempre tra i piedi!» sussurrò, le labbra strette. Con orrore sentì una mano freddissima posarsi sulla sua schiena, e si irrigidì sentendosi congelare fin dentro le ossa.

Lei poso la fronte accanto la mano e sorrise, anche se lui non poteva vederla.

«Certo che mi avrai tra i piedi per sempre, Castiel. Perché ti ostini a pensare che un giorno sparirò? Se dovessi mai farlo, tu verrai via con me».

 

˜ Qualche settimana dopo, limbo ˜

 

«Pensi che lo lascerà andare?»

Tre persone, due fratelli e la loro sorella, stavano osservando una ragazzina seduta in quella strana atmosfera. Lei, che dava loro le spalle, indossava un lungo abito nero, drappeggiato come quelli delle donne della Grecia Antica. Stava accarezzando i capelli rossi di un ragazzo steso di fianco a lei, semi-incosciente, con la testa appoggiata sulle sue gambe. Indossava una giacca di pelle insanguinata e i suoi jeans erano strappati in più punti, ma le ferite riportate durante l’incidente che gli aveva causato il coma erano quasi sparite. Lei gli stava cantando qualcosa a bassa voce, ma non si riuscivano a distinguere le parole di quella nenia malinconica.

«Ne dubito fortemente, Hypnos» rispose Aisa, una giovane fanciulla bionda, al fratello «anzi, penso che presto avrai del lavoro da sbrigare».

Hypnos, che sembrava un distinto giovane uomo, dagli abiti eleganti e la barba curata, guardò il fratello «Tutto grazie a Moros che si annoiava, suppongo. Devi davvero prendere alla lettera il fatto che rappresenti l’inevitabilità e la sorte avversa?»

Moros, un adolescente ribelle e inquieto, steso a braccia incrociate dietro la testa, chiuse gli occhi sbuffando. «Andate a lamentarvi da Cupido, è lui che ha sbagliato mira».

Aisa, il destino, ridacchiò sotto i baffi. Hypnos, il sonno-eterno, si portò una mano al viso.

«Almeno non si sta allenando» disse Hypnos «in quel periodo avevo tanto di quel lavoro che pensavo sarei morto»

«Nonostante l’immortalità, Hypnos? Come lo hanno chiamato gli umani, quel periodo?» Aisa guardò Moros, che essendo onnipresente, conosceva la risposta a molte delle sue domande.

«Peste Nera».

«Comunque, vado a sbrigare il lavoro su quel ragazzo. Normale amministrazione. Moros, ricorda di dire ad Atropo di recidere il filo. Temo che per lui non ci sia più nulla da fare» disse Hypnos, lievemente rattristato. Moros si alzò sbuffando «Sicuramente sarà così» disse il giovane, mettendo le mani nelle tasche dei jeans, prima di andare «quando Thanatos decide che qualcuno deve seguirla, quel povero disgraziato non ha alcuna possibilità di fare ritorno alla vita».

 

Rita Scalici, IV A

 

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