2 Dicembre 1968, l’eccidio di Avola. Cosa è cambiato quasi 50 anni dopo in Italia?

di Cristiano Minicucci (ISISS A. GIORDANO)
Lunedì 2 dicembre 1968, Avola, sciopero generale. Uffici, banche, negozi, scuole, poste, cantieri, bar, circoli, è tutto fermo a causa dello sciopero a sostegno della lotta dei braccianti per il rinnovo del contratto di lavoro. La statale 115 viene raggiunta dagli studenti in corteo , dove sono stati organizzati blocchi stradali da parte dei braccianti. Il prefetto, D’Urso, comunica al sindaco socialista di Avola, Giuseppe Denaro, l’intervento ormai imminente da parte della polizia di Catania per rimuovere i blocchi e, verso le 11:00, il contingente della Celere catanese giunge nei pressi del bivio Lido di Avola. La situazione precipita: inutile la mediazione del sindaco con il prefetto. Verso le 14:00 i commissari di polizia, indossando con fierezza la sciarpa col tricolore italiano, ordinano la carica: la tromba squilla tre volte e iniziano i lanci di lacrimogeni. I braccianti, sprovvisti di difesa, cercano riparo dai fumi dannosi, alcuni anche passando all’offensiva gettando sassi. Il vento soffia il fumo dei lacrimogeni anche sulle forze dell’ordine, e proprio questo episodio fa sì che gli agenti aprano il fuoco contro i manifestanti. Un inferno che durerà mezz’ora. Alla fine, Piscitello, deputato comunista, raccoglierà sull’asfalto più di due chili di bossoli. Due braccianti, Giuseppe Scibilia, 47 anni, e Angelo Sigona, 25 anni, vengono uccisi. Scibilia, mentre veniva soccorso dai suoi compagni, dirà: “Lasciatemi riposare un po’ perché sto soffocando”. Verrà trasportato in ospedale su una 50, inutilmente purtroppo. Oltre ai due morti, si conteranno tra i braccianti 48 feriti, tra cui alcuni gravi. Il ’68, anno della contestazione e della presa di parola, termina nel sangue. Per la prima volta, dopo l’avvio della stagione dei governi di centro-sinistra, la polizia uccide dei lavoratori durante uno sciopero e ciò genererà un segnale inquietante lanciato da una parte della classe dirigente: rispondere al conflitto sociale con la violenza. La provincia di Siracusa era divisa in due zone agricole: la prima, denominata A, che comprendeva i comuni della zona nord, quelli più ricchi; la seconda, B, comprendeva i comuni dell’area meridionale della provincia, quelli più poveri, tra cui Avola. Nelle due zone erano applicati differenti orari di lavoro, 7 ore e 30 minuti per la zona “A” e 9 ore per la “B”, e ovviamente salari differenti, 3.480 lire al giorno contro 3.110. La lotta dei braccianti poneva, quindi, una elementare rivendicazione egualitaria. La tensione nel paese è altissima. L’uccisione di due braccianti in lotta per rivendicazioni elementari si rivela immediatamente ingestibile da parte della destra e dei partiti di governo. L’eccidio di Avola cade, tra l’altro, in una situazione politicamente delicata, data una forte crisi da parte del governo. Alcuni giornali e commentatori politici cercheranno di mettere in relazione l’eccidio con il “vuoto” di potere politico determinato dalla crisi di governo. L’ennesimo atto di brutalità compiuto dalla polizia durante uno sciopero rilancia la richiesta da parte delle organizzazioni sindacali e dei partiti di sinistra di disarmare la polizia durante i conflitti di lavoro. Il fatto che la polizia spari su dei braccianti che rivendicano un aumento salariale minimo e, soprattutto, un trattamento egualitario nell’ambito della stessa provincia, viene interpretato come dimostrazione della non riformabilità dello stato e della sua intrinseca “ferocia di classe”. Il salto di qualità dalle cariche della polizia e dalle inchieste della magistratura contro gli studenti all’uso delle armi da fuoco contro gli scioperanti, viene percepito dal movimento come una scelta di chiusura drastica da parte del governo e dei poteri costituiti: un richiamo all’ordine, la scelta di arrestare quel fiume in piena della contestazione che aveva, ormai, ampiamente superato i cancelli delle università per diffondersi nei posti di lavoro, nelle scuole, nell’intera società. Il ’68 era cominciato come anno di manifestazioni studentesche per poi concludersi come anno della rivoluzione sociale. Avola è, però, anche un oltraggio alla miseria, sia nel 1968 che nel 2017. Nella società italiana, trasformata radicalmente dal miracolo economico, nella quale il livello di vita è significativamente cambiato per molti, nella quale ormai i consumi crescono mentre va affermandosi uno stile di vita lontano dalle privazioni e dalla parsimonia postbellica, ai giorni d’oggi, nelle piazze, nelle fabbriche, nelle scuole, nelle istituzioni, si è sempre più vicini al ’68. Viene da pensare: la storia si ripete…

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