I racconti di Walter (capitolo 2).

New York, Bronx, 27 Marzo 2016, ore 11:00

Stavo leggendo quella notte, seduto sul mio letto, come sempre, come ogni notte passata insonne per finire una STORIA.

Durante il giorno non posso leggere; mia mamma mi dice sempre “lo studio porta al nulla! Ti ritroverai a trent’anni senza niente nelle mani. Guardami! Mio padre ha voluto che io studiassi e ora?! Ora cammino avanti e dietro per questo schifo di quartiere per fare la donna delle pulizie! Aiutami piuttosto!”

E così sono sempre costretto ad aiutarla, ma io la capisco; insomma, è sola a mantenere la casa: tra affitto, macchina e mio padre…Eh già, mio padre viene ogni sera a casa nostra e le chiede dei soldi. Se solo si rifiuta, la picchia. Io non so più cosa fare, mi sento impotente.

Spesso vado a pulire la casa del signor Walmer; lui sì che è un uomo come si deve! Ogni volta che sono lì mi dà in prestito un libro, scelto da lui stesso. In una sola circostanza ho visto la sua libreria: credo si sia anche spaventato quando ho urlato. Cavolo! Non ce l’ho fatta proprio a resistere nel vedere tutti quei libri sui più svariati argomenti. Passa sempre lui a prendermi; abita lontano da casa mia. Figuratevi! Un uomo così colto a vivere nello schifoso Bronx. Dice che come pulisco io non pulisce nessuno, ma io penso si sia solo affezionato a me!

Stavo leggendo “ Le mitiche avventure di Chris” (l’ho letto cinque volte e ogni volta sembra essere la prima) regalatomi dal signor Walmer, quando sentii sette spari. Quella sera mia madre stava dormendo quando mio padre è arrivato verso le 00:13 e si è ripetuto lo stesso copione di sempre. L’ha picchiata e anche molto forte.  Io mi ciondolavo sul letto per non appartenere a quella situazione; ho anche pensato di andare in salotto ma la mamma me lo proibisce quando c’è papà; dice che è pericoloso.

Balzai in piedi già al secondo sparo e chiusi gli occhi; al quinto venne mamma ad abbracciarmi. Di solito non mi spavento, ci sono abituato ma sette spari non li avevo mai sentiti.

Andai a dormire nel letto di mia madre: in un suo abbraccio finiva tutto il male che circolava nella sporca aria del Bronx!

 

Mi risvegliai di nuovo e mia madre non era più vicino a me; era già a lavoro. Era Domenica e io ero libero da ogni faccenda o lavoro che mi avrebbe annoiato.

Mi attanagliavano due emozioni contrastanti: la curiosità per quello che era successo ma anche la paura. A momenti  sentivo la necessità di uscire per capire cosa fosse successo, sapere se c’erano state vittime e ichi fosse il carnefice, mentre a momenti mi tiravo le coperte fin sulla fronte come un bambino che ha paura del buio.

Ma non ce la facevo più, io volevo sapere.

Scesi le scale e uscii dal portone; sembrava tutto calmo.

Arrivai fino alla fine della strada: vedevo delle transenne gialle e nere e dei poliziotti sulla mezza età coprire il cadavere con movimenti cauti e rapidi allo stesso tempo. Mi avvicinai, rimasi impietrito. La vittima era mio padre: era tutto ricoperto di sangue. Iniziai a correre e nonostante le persone mi camminassero di fianco, io sentivo solo il rumore dei miei passi che battevano contro il marciapiede “tamm, tamm”; sentivo il mio cuore battere,  battere forte “bumm, bumm, bumm”.

All’improvviso mi fermai. Ritornai indietro con una maggiore coscienza dell’accaduto. Ritornai sul luogo del delitto, mi specchiai nel suo sangue e alzai di scatto lo sguardo. Guardai verso il muro di una casa e vidi un  uomo, un uomo che come me stava guardando la scena del delitto. Camminava lungo la strada e indossava un cappotto lungo, nero, e un cappello; per il suo modo di camminare e il suo abbigliamento mi sembrava un uomo sospetto e pensando che potesse essere lui l’assassino di mio padre iniziai a seguirlo ma lui iniziò a correre…

Walter Quici III C

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