Liceo Democrito di Casalpalocco

Le urla di Mauthausen, grida udite, ma ignorate

“La mia proprietà si trova su una collina vicino alla cava di Mauthausen e mi può accadere di essere testimone involontaria di tali oltraggi. Io, ad ogni modo, sono debole e una visione del genere produce una tale tensione per i miei nervi che, a lungo andare, non la potrò sopportare. Chiedo che si faccia in modo di porre fine a tali azioni inumane oppure domando che vengano compiute dove non possano essere viste.

Con la lettura di questo documento inizia la visita al campo di concentramento di Mauthausen per gli studenti di 4B , 4L , 4E del liceo Democrito di Roma. La straordinaria guida ha illustrato il campo iniziando dall’unica denuncia per maltrattamenti pervenuta alle autorità del luogo. La mittente, la signora Gusenbauer, criticò apertamente le crudeltà perpetrate nel lager , ma la parte più interessante fu che la “dama”, dopo essersi lamentata con la polizia del distretto per le crudeltà che le “facevano male ai nervi”, propose come soluzione il celare una vergogna simile in luoghi isolati, dove nessuno avrebbe potuto vederla. Cosa è più bestiale, gli orrori dei nazisti o l’omertà squallida dei cittadini? La risposta è assai difficile da dare, quasi impossibile, sebbene agli studenti siano stati dati numerosi spunti sulla seconda questione. Infatti , la cittadinanza del piccolo borgo austriaco sapeva esattamente cosa avveniva nella vecchia cava di granito sulla collina, giacché sono ancora visibili i resti di un antico campo di calcio con tanto di platee annesse, dove, grazie a numerosi documenti in nostro possesso, sappiamo che si svolgevano tornei regionali. Ma per giocare a calcio vi devono essere due squadre: una era quella delle SS, e l’altra? Erano i civili. Le squadre di calcio di Mauthausen e dintorni si dilettavano la domenica calciando un pallone davanti alle porte del campo. Inoltre , il campo era davanti alle baracche dei malati. Le peggiori. Quelle dove ogni detenuto sapeva che entrato, non sarebbe più uscito . Nessuno avrebbe ammesso di essere malato, nonostante tutti lo fossero. Chi finiva nelle “infermerie” , sapeva che non vi erano medici o cure, né cibo né aiuto, vi era solo abbandono a se stessi. In tutto il campo si respirava l’aria di abbandono e dolore. Dalle docce incrostate dal tempo e dall’umidità, dal piazzale centrale, ormai calpestato dalle scarpe degli studenti, dalle baracche spoglie e dalla ripida “scala della morte” ancora si alzano le mute grida delle vittime, grida che perpetuamente saranno presenti in Mauthausen. In quel luogo di eterno silenzio vi sarà sempre un lamento assordante.

Gabriele Luca Cocco

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