NON AFFOGHIAMO NEL MARE DIGITALE

Spesso non ci rendiamo conto, di quanto sia misteriosa la rete, cosa ci possa essere dietro un semplice “Like” o una condivisione di un qualsiasi contenuto. Mi sono sempre chiesto il perchè facebook, sia gratuito ed aperto a tutti e la domanda che mi è sempre venuta in mente, è la seguente: “Cosa vuole in cambio?”. Ora che finalmente il mio sogno di studiare informatica si è avverato, ho trovato la risposta e quindi ho capito che in realtà il “prodotto siamo noi”. Come ci spiega la trasmissione di Report andata in onda su Rai Tre, qualche anno fa, ogni nostra minima informazione che diamo, o condividiamo, presenta a facebook un notevole guadagno. Pensate che ogni profilo ha un valore di circa 100$. “Più la gente condivide e più il mondo è connesso”- questo afferma la trasmissione – e non ci rendiamo conto però che una volta che pubblichiamo un video, una foto oppure un pensiero, questo non appartiene più a noi ma diventerà proprietà della piattaforma sociale. Tutto bello e gratuito ci appare, ma per utilizzare un’ applicazione che ci permette di fare un’esperienza sociale e personalizzata, per poter funzionare ha bisogno di accedere alle tue informazioni. Leggendo le condizioni, che ci vengono presentate quando facebook ci chiede l’autorizzazione per tale applicazione per ottenere determinati dati, ci dobbiamo rendere conto che stiamo firmando un vero e proprio contratto. “Fai sapere i cavoli tuoi, perchè è un bene per il mondo”, è proprio questo il motto sottinteso del social, che molti scambiano per la “storiella” che ci viene detta appena Facebook è partito, cioè che ha come scopo principale, di far unire varie persone nel mondo. Una “storiella” vera e positiva e opzionale di Mark Zuckemberg, è il fatto che in alcuni casi dà un contributo anche a quelle persone sperdute in qualche paese per ricostruire il pavimento dell’oratorio, come è successo ad un’associazione che grazie ai “Like”, ha ottenuto un appello su facebook, oppure recentemente il contributo che è stato versato per il terremoto di Amatrice, di 500.000 €. Youtube, l’altra piattaforma sociale, dove è possibile pubblicare video per vari scopi, viene molto usata anche dalle famiglie per pubblicare video a scopi personali, come ad esempio pubblicare il video della propria figlia, da far vedere ai nonni che magari abitano lontano. Purtroppo però proprio chi pubblica il video, non si rende conto che non saranno solo i nonni a vederlo ma tutti quelli che faranno “click” sul contenuto. Una brutta esperienza è proprio successa ad una madre. Il fatto che la trasmissione Jackyll di Italia1, ha trasmesso appunto un video da youtube, di una bambina piccola mentre faceva i suoi primi passi, senza autorizzazione per mandarlo in onda su quel programma. I familiari della bambina, hanno esposto una diffida alla Mediaset, dove si giustificò dicendo che la trasmissione “vive” dai video che girano sul web. Questa cosa è corretta? A tale domanda, ci risponde il “padrone” di youtube Marco Pancini, dichiarando che è assolutamente vietato mandare in onda un video dal social, senza alcun permesso del proprietario. Dopo la denuncia della madre, la mediaset come rivalsa chiede alla Google il risarcimento di 500.000.000 di danni, perchè la comunità ha pubblicato i video della trasmissione “Grande Fratello”. Secondo Mediaset, youtube dovrebbe saper riconoscere e monitorare a priori che ci sono alcuni filmati di appartenenza a Mediaset. Secondo Pancini, controllare prima della pubblicazione del video è fisicamente impossibile,anche se la procura di Milano è convinta del contrario. Alcuni ragazzi di Torino hanno postato un filmato, in teoria non consentito dagli standard della comunità, ovvero un episodio di bullismo compiuto dagli stessi. Il video ha “galleggiato” nel “mare d’informazioni” per due mesi, dove si è rivelato tra i più cliccati. Come già Google ha accennato prima, dicendo che: “Noi non possiamo controllare anticipatamente il video che l’utente sta per pubblicare, quando molti ci hanno segnalato di rimuovere tale contenuto, abbiamo provveduto subito a farlo”. Secondo l’avvocato penalista Guido Camera, youtube ha sempre avuto gli strumenti per verificare certe situazione, in modo da non causare disagi. Se hanno mentito sul fatto di non poter far nulla è stato certamente per motivi pubblicitari. Inoltre c’è voluto molto tempo per rimuoverlo: sono dovuti intervenire il Ministero della Pubblica Istruzione, la polizia postale e tutti i giornali d’Italia. I due dirigenti della Google sono stati condannati a sei mesi di reclusione. Io, da utente facebook, youtube e vari social, credo che questi strumenti oltre ad essere un bene, nascondono un lato uscuro: è come quando si sta al volante di una macchina per andare da qualche parte, e spesso non ci rendiamo conto di stare al comando di un’arma, la stessa cosa è per il computer, se non ci si sta attenti si finisce per incorrere in guai seri, che avvolte possono creare alle persone anche problemi seri, non sempre voluti.

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Email this to someone