IC “San Giovanni Bosco”

Docente responsabile Ornella Garreffa

Ulisse… Omero, Dante e Tennyson, diverse epoche storiche, culture e pensieri differenti.

L’Ulisse omerico

 

Ulisse, o Odisseo, originario di Itaca, è il personaggio protagonista dell’ “Odissea” di Omero.

Affronta un viaggio molto lungo per ritornare in patria dopo la guerra di Troia. E’ conosciuto per la sua intelligenza, la sua astuzia e la sua curiosità. Utilizza le sue doti nelle situazioni difficili, quando deve salvare la propria vita e quella dei compagni, che vengono messi in pericolo numerose volte durante il viaggio.

Ha molte qualità: sa risolvere situazioni drammatiche, infatti non agisce in modo impulsivo, ma riflette attentamente sul da farsi, sa usare strategicamente la parola per ingannare e blandire, è prudente e orgoglioso di sé.

La sua sete di conoscenza lo conduce a compiere azioni rischiose, da cui viene fuori attraverso l’ingegno, come quando, pur di sentire il famoso canto delle sirene, tappa con della cera le orecchie dei suoi compagni e si fa legare all’albero della nave.

Ulisse, inoltre, prova molto amore per la famiglia, per la sua patria e per i suoi compagni. E’ proprio questo amore che gli dà la forza di resistere ai dolori e alle difficoltà e gli fa desiderare di tornare a casa salvo, per riabbracciare sua moglie Penelope.

Si può definire un eroe non tanto per la sua forza fisica ma per la sua forza d’animo e la sua intelligenza. E’ un uomo posto di fronte a difficoltà che un altro suo simile, forse, non avrebbe superato, come il rischio di perdere i compagni, i pericoli del mare e la responsabilità del viaggio.

 

L’Ulisse dantesco

 

Nel XXVI canto dell’Inferno, Dante, accompagnato dalla sua guida Virgilio, giunge nell’ottavo cerchio, dove sono puniti i consiglieri fraudolenti, coloro che in vita ingannarono gli altri con consigli falsi e interessati. I peccatori sono avvolti da fiammelle che bruciano eternamente. Il poeta fiorentino è incuriosito da una fiammella avente la punta bipartita: in essa si trovano Ulisse e Diomede, gli eroi greci rei dell’agguato teso alla città di Troia, dell’inganno fatto ad Achille per convincerlo a tornare in guerra e del furto della statua di Atena. Dante, tramite Virgilio, chiede a Ulisse di raccontargli l’impresa che l’ha condotto alla morte.

Il poeta si allontana dal racconto che fa Omero del viaggio di Ulisse. Infatti, mentre nel poema “Odissea” torna a casa salvo, nella Divina Commedia Ulisse muore sommerso dalle acque tempestose, per volontà divina.

Il personaggio non ha più le caratteristiche positive che lo connotavano nell’Odissea, in quanto, mentre nel poema di Omero vuole tornare a casa, qui sostiene che né l’amore per la moglie né quello per il resto della famiglia riuscirono a vincere il suo ardente desiderio di conoscenza.

Non è l’eroe giovane dell’Odissea, ma è invecchiato insieme ai suoi compagni, durante il lungo viaggio.

Mentre Omero mette in evidenza aspetti positivi di Ulisse, come l’intelligenza, la generosità, il coraggio, Dante mette in primo piano la capacità oratoria del personaggio; infatti il fulcro del canto è il discorso di Ulisse, chiamato “orazione picciola”.

Dalle parole di Ulisse noi lettori comprendiamo il fine del suo viaggio: la conoscenza, dal momento che l’uomo è stato creato, per natura, per conoscere ciò che gli è intorno.

Siccome Dante fa dire ad Ulisse che è importante la conoscenza, noi lettori capiamo che è così anche per Dante. Tant’è vero che  è implicita l’analogia tra il viaggio di Dante e quello di Ulisse, perché entrambi sono finalizzati alla conoscenza: quello del poeta fiorentino alla conoscenza della natura umana e di se stesso; quello di Ulisse alla conoscenza del mondo.

Tuttavia Dante fa morire Ulisse, perché ha osato sfidare i limiti imposti dal dio; varcando le Colonne d’ Ercole, ha agito con eccessiva presunzione e non si è saputo limitare. A suffragare questa riflessione citiamo il verso 125 “de’ remi facemmo ali al folle volo” , in cui il viaggio è definito “folle volo” perché va oltre ciò che all’uomo è consentito conoscere. Per questo, l’esperienza di Ulisse è destinata al fallimento.

 

                

L’Ulisse di Tennyson

“Ulysses” è una poesia scritta da Alfred Tennyson nel 1833.

Il poeta inglese riprende, allo stesso tempo, sia l’antico eroe  di Omero sia l’Ulisse  dantesco. E’ pur vero  che l’Ulisse di Tennyson, a differenza di quello dantesco, è ritornato alla sua Itaca, ma i versi iniziali del lungo monologo lirico segnalano subito l’insoddisfazione dell’eroe, a cui né il ritrovato focolare domestico, né la riconquistata funzione di sovrano offrono un appagamento; anzi, la stessa Itaca, oggetto della nostalgia dell’Ulisse Omerico, è divenuta per l’eroe di Tennyson isola inospitale (“sterili rupi”). Non può essere soddisfatto di una vita tranquilla, scandita da ritmi sempre uguali , chi ha vissuto ogni sorta di avventure! L’eroe si sente diverso, non vuole rinunciare a viaggiare e vuole vivere la vita fino alla fine. Ripensa al passato, ricordando le imprese, fonti di sofferenza e di gioia, che l’hanno condotto a diventare famoso e a conoscere nuove culture e meglio se stesso.

Ulisse ritiene penoso fermarsi, porsi dei limiti, rimanere inattivi e arrugginire come fanno gli oggetti, credendo che per vivere occorra soltanto respirare. Non gli basterebbe una sola vita, per realizzare i desideri che ancora gli riempiono il cuore, ma è consapevole di averne ancora un po’ di quella che ha. Quel poco del tempo che gli rimane sarà rubato alla morte (chiamata, attraverso una metafora, “eterno silenzio”). Nonostante sia ormai anziano, il suo spirito desidera ancora il sapere.

Ulisse lascia a suo figlio Telemaco il trono e il compito di educare il popolo, che deve essere civilizzato.

Il punto di più stretto contatto tra l’Ulisse di Tennyson e quello di Dante lo ritroviamo nel motivo dell’eroe che vuole intraprendere l’ultima avventura, pur essendo già avanzato negli anni, e che chiama a sé i compagni di un tempo, usando la sua eloquenza per prospettare loro la nuova impresa in una luce affascinante, perché solo la morte pone fine al desiderio di vivere intensamente. Manca, rispetto all’episodio dantesco, la punizione dell’eroe: certo Ulisse prospetta ai compagni la possibilità della morte per mare, ma l’infrazione del limite, che in Dante portava necessariamente alla punizione, non è vista da Tennyson come atto troppo coraggioso. Anzi, gli ultimi versi insistono sul temperamento eroico di Ulisse, risultando un pieno elogio della volontà di “ lottare e cercare e trovare né cedere mai”.  Tennyson fa del suo eroe l’emblema della scoperta rischiosa, non solo giustificabile, ma più che lecita, anzi esemplare.

 

di Giorgia di Pilla – Classe I A

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