Intervista a Mauro Gioielli, autore del libro- bomboniera “La Cundra. tiritere e ninne nanne molisane”

Che cos’è una cundra?

Cundra è sostantivo dialettale che in molte località del Molise identifica la culla, l’oggetto che più d’ogni altro simboleggia l’universo infantile, un mondo ‘affettivo’ che ha ispirato particolari espressioni di cultura orale, come le ninne nanne e le filastrocche.

Perché ha scritto questo libricino?

Il proposito è stato quello selezionare i testi di alcune ninne nanne e tiritere tradizionali del Molise, affinché se ne ottenesse una pubblicazione da utilizzare quale “bomboniera” per il battesimo di mia figlia Alessandra. Questo spiega le ridotte dimensioni del libro; un formato che si è prestato efficacemente allo scopo, con l’aggiunta di laccetti ornamentali e gli immancabili confetti.

Qual era la finalità educativa delle filastrocche? 

Le filastrocche infantili, dette anche tiritere o cantilene, avevano la funzione d’impartire, in forma giocosa, alcuni elementari insegnamenti ai bambini. Ad esempio, le madri canticchiavano versetti a rima baciata, facendo saltellare i figlioli sulle ginocchia, battendo nel contempo le loro manine. I bimbi venivano in tal modo istruiti ai primi movimenti e all’uso di parole facilmente memorizzabili.

Qual era la funzione delle ninne nanne?

Le ninne nanne venivano cantate ai fanciullini in tenera età per conciliarne il sonno. Erano eseguite con melodie dolci e lente. I testi contenevano sovente richiami ai santi o alla Madonna, invocati per la protezione del bimbo dormiente.

Da dove provengono i testi de “La Cundra”?

In parte sono composizioni popolari o popolaresche da me raccolte durante alcune ricerche etnografiche condotte nei paesi della provincia di Isernia. La restante parte, proviene da fonti scritte che coprono oltre un secolo; infatti vanno dal 1884 al 1994.

Tranne la fiaba in appendice, i testi sono tutti in vernacolo. Qual è l’importanza dei dialetti?

I dialetti hanno grande rilevanza linguistica ed etnica. Sono gli idiomi che identificano i popoli. Se senti qualcuno parlare in vernacolo riesci quasi sempre a capire dov’è nato o dove vive. Alcuni dialetti vengono considerati autentiche lingue, come ad esempio il napoletano.

Il dialetto è l’anello centrale fra il latino e l’italiano. L’italiano non deriva dal latino ma dai dialetti. Sono questi ultimi, invece, che derivano dal latino. Il mio professore di lettere ai tempi del liceo mi ripeteva: «Se non conosci il dialetto non potrai mai conoscere compiutamente l’italiano». Per esperienza personale, posso dire che è assolutamente vero. Nelle scuole dovrebbero insegnare anche le parlate locali. Gioverebbe senz’altro. Basterà dire che – secondo Benedetto Croce – il libro più importante della letteratura italiana non è la Divina Commedia di Dante ma il Pentamerone di Basile, un libro interamente scritto in dialetto secentesco.

Qual è la parte che più le piace di questo libro?

Sicuramente la dedica iniziale. Ma anche la frase in quarta di copertina, che io ho “immaginato” venisse pronunciata da colei a cui il libro è dedicato.

 

 

Camillo Veneziale, VC “San G. Bosco”

 

 

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