DEMENTI DIGITALI

Abbiamo deciso di dedicare un ampio spazio del nostro giornale d’istituto alla riflessione su un problema che tocca da vicino noi ragazzi, ma che coinvolge anche, inutile negarlo, un’importante fetta della popolazione adulta: l’utilizzo sfrenato o, per meglio dire, l’abuso della tecnologia. La tecnologia di per sé non ha nulla di sbagliato; non si può condannare o demonizzare, perché è una delle risorse più potenti e utili su cui possiamo fare affidamento. Anzi, credo sia la celebrazione più alta dell’ingegno umano. Non dimentichiamoci che tutti i pc, i tablet, gli smartphone che usiamo quotidianamente sono frutto di menti brillanti che hanno saputo creare e far funzionare dispositivi che hanno quasi del miracoloso.  Il primo computer, Colossus (di nome e di fatto), nasce durante la seconda guerra mondiale per decriptare i messaggi segreti dei nazisti. La sua creazione fu possibile grazie alle doti straordinarie di un team di scienziati inglesi, tra cui figurava anche il noto Alan Turing. È l’essere umano che domina la tecnologia, prodotto della sua intelligenza; non deve e non può essere il contrario. Se tecnologia è progresso, siamone i fautori e non coloro che lo subiscono. Per quanto alcune macchine ci possano sembrare, delle volte, addirittura più intelligenti di noi, più  scattanti e veloci, ci dobbiamo rammentare che queste non avrebbero avuto modo di esistere e funzionare se non ci fosse stato un uomo a progettarle e ad imprimere loro i comandi giusti. La tecnologia è un’ancora a cui aggrapparci quando siamo in difficoltà per facilitare le cose, ma spesso bypassiamo del tutto uno strumento potentissimo, una forma di tecnologia sviluppatissima e altrettanto antica: il nostro cervello. Per lo psichiatra tedesco Manfred Spitzer, l’eccessiva dipendenza dalla tecnologia è addirittura una malattia che chiama “demenza digitale”, titolo dell’omonimo, celebre libro che ha voluto dedicare a questo problema. In effetti stiamo diventando tutti un po’ “dementi” in quanto senza smartphone e internet o wifi, oggi ci sentiamo perduti, fuori dal mondo, dai giri di comunicazione e informazione: siamo spaesati. Il cellulare più di tutti è entrato a far parte della nostra persona, tanto che ce lo portiamo anche in bagno. Ma il numero di ore che passiamo sui computer, sugli smartphone e simili è direttamente proporzionale all’accrescersi del declino mentale. E lo dice la scienza. Nel suo libro Spitzer riporta un episodio che mi ha colpito.  Racconta del furto del suo navigatore, evento che lo costringe ad affidarsi esclusivamente al suo senso dell’orientamento e alla sua memoria. Una cosa così stupida e banale come avere la concezione dello spazio in cui si agisce risulta non più tanto scontata se per tantissimo tempo è stato usato un GPS. Il punto è che il cervello è un muscolo che con il passare degli anni alleniamo sempre meno e che, perciò, invece di crescere deperisce. Se lasciamo fare tutto alla tecnologia lasciamo ferme le sinapsi, che si atrofizzano. Esempi lampanti della perdita della capacità di concentrarci o della sempre crescente difficoltà a memorizzare qualcosa in un tempo ragionevole, si trovano a iosa. Non credo ci siano ancora molte persone che riescono a studiare a distanza anche breve dal cellulare, che esercita su di noi un richiamo che non si può ignorare.  Quando siamo online i minuti scivolano via senza controllo. Che si passi tutto il proprio tempo con il cellulare tra le mani o che si cerchi almeno di dividersi tra un paragrafo di storia e un messaggio di whatsapp (il cosiddetto multitasking), il risultato è il medesimo: non si riesce a fare nulla di produttivo, e ci si arrende all’ “anche oggi, studio domani”. Un compito in classe di matematica non si può affrontare senza una calcolatrice, anche in presenza di calcoli non particolarmente difficili. Eravamo più veloci da bambini, quando le quattro operazioni le facevamo senza aiuti, che non ora, completamente assuefatti da un dispositivo che lavora per noi.  Ormai il danno è irreparabile, sarebbe impossibile e impensabile privarci della tecnologia, si è radicata troppo nella nostra vita. Ma ridurne il consumo o catalizzarlo verso scopi più alti non sarebbe poi così complicato. Un altro problema è che spesso la tecnologia la sappiamo utilizzare per tutto, ma per niente di davvero serio: i nostri genitori ogni volta che hanno un problema informatico ci fanno correre in loro aiuto come se noi fossimo degli esperti in materia, e in effetti risolviamo tutte le loro difficoltà che non consistono altro, ad esempio, che nell’incapacità di comprendere alcuni meccanismi di whatsapp che per noi sono immediati e automatici. Ma alla fine, moltissimi di noi non sanno orientarsi su un foglio excel o su programmi come autocad e simili, i quali hanno un potenziale enorme che io in primis non posso neanche immaginare del tutto.  Inoltre, c’è un punto importante che mi preme trattare: i social. Oggi si possono separare dei corpi, ma non delle menti. Non esiste il distacco, perché si può comunicare con chiunque si voglia in qualsiasi parte del mondo. Una ventina di anni fa, sarebbe parsa una cosa quasi impossibile. Oggi è la realtà. Nel 2004 il giovane Mark Zuckerberg fonda il “libro delle facce”, più comunemente detto Facebook, la cui funzione è intuibile già dal nome stesso. Oltre a fruttare un sacco di soldi al caro Mark, è stato utile alla popolazione mondiale per tenersi sempre in contatto e tessere una fitta rete di informazioni condivisibili con tutti in tempo reale. C’è solo una parola per descrivere tutto questo meccanismo: wow! Ma le cose oggi sono degenerate a tal punto che il “libro delle facce”, paradossalmente, non ci fa guardare più in faccia. I social ci danno la grandissima possibilità di crearci un numero di “amici” virtuali spropositato; di contro ci fa perdere la competenza sociale, cioè la capacità di approcciarci a persone vere. Ne consegue che c’è chi sui social sembra essere una persona, fuori ne è una completamente opposta. Tendiamo a crearci attorno una dimensione che sembra quella reale, ma che non è la realtà. Anche prima di mangiare e rovinare, quindi, il piatto, dobbiamo scattare una foto da condividere, perché crediamo che a una determinata persona possa veramente interessare ciò che stiamo mangiando. Ritorniamo all’essere e tralasciamo l’apparire: se pubblicizziamo tutto, non diamo peso a nulla. Possiamo scegliere se essere etichettati come “la generazione smartphone” o come, nel numero precedente, “la meglio gioventù”, e in effetti siamo un po’ entrambe le cose per ora, perché nel cassetto di fianco al cellulare abbiamo ancora sogni, sentimenti e speranze. Come verremo ricordati e come verremo percepiti sul serio domani o fra 10 anni è tutto ancora da decidere, è tutto ancora nelle nostre mani.

                                                                                                                            REBECCA TAMBURRO

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