Bob Dylan & il Nobel: storia di un grande (dis)amore

Bob Dylan non sembra essere un tipo d’uomo che va di fretta. A dispetto della sua canzone “Don’t think twice, it’s all right”, il cantautore ci mostra che bisogna fare le cose con calma, anche quando si tratta di ritirare, più semplicemente, la biancheria, oppure… il premio Nobel. Contrariamente infatti ad ogni aspettativa, Bob il Nobel lo ritirerà sul serio. L’artista è infatti atteso in Svezia per tre concerti. Pertanto, già che “passerà” di lì, questo fine settimana farà una capatina a Stoccolma per ritirare anche questo benedetto premio Nobel per la letteratura, con il quale il rapporto non era stato tutto rosa e fiori nelle settimane scorse.
Ironia a parte, il fatto è stato annunciato dall’Accademia svedese e mette fine alla lunga polemica scatenata dalla rinuncia dell’artista a partecipare alla cerimonia dello scorso dicembre. Bob Dylan non ha comunque ancora annunciato la sua intenzione di pronunciare finalmente il discorso di accettazione del premio Nobel per la letteratura 2016. Il cantante aveva declinato l’invito alla tradizionale cerimonia di consegna dell’ambito riconoscimento lo scorso 10 dicembre, irritando anche alcuni membri dell’accademia svedese e limitandosi a inviare un discorso di ringraziamento dove aveva espresso meraviglia di vedere il suo nome affiancato ai letterati insigni che lo avevano preceduto. La decisione dell’artista americano di disertare la cerimonia è stata del resto a lungo dibattuta in Svezia dove è stata vista come una mancanza di riguardo nei confronti dell’accademia svedese e della fondazione Nobel.
Ma indipendentemente da ogni possibile congettura su tale argomento, perché proprio Bob Dylan? Le risposte potrebbero essere tante, tantissime,anzi, forse milioni, ma una sola probabilmente calza a pennello, e prende questo nome: spontaneità. Bob Dylan infatti è stato veramente uno dei pochi che nella storia è riuscito a raccontare il mondo con sana spontaneità, cioè senza filtri, senza censure, mai attingendo a banali stereotipi. È stato l’unico in grado di raccontare con un’armonica a bocca e al suono amabile della sua chitarra il mondo di chi vaga “with no direction home”, e magari come una pietra rotolante. Lo ha fatto con il taglio di chi ha visto il vero “male di vivere”: deserti, cimiteri, bambini sgozzati, rami stillanti sangue (“A hard rain’s a gonna fall”), ma anche distese immense, montagne nebbiose, i cieli tersi di New York (“Talkin New York”) o quelli del Minnesota, il mondo dell”amore, visto in tutte le sue sfaccettature, da quello scanzonato e giovanile per “Pretty Peggy”, a quello complesso per una donna come tante ma che doveva amare alla follia (“Just like a woman”), fino a quello pregno di rammarico per la baby blue con la quale è davvero tutto finito (“It’s all over now, baby blue”) o che ha sbagliato persona con cui stare (“It ain’t me”). Dylan è stato il cantore del mondo della colomba che è sempre in movimento e che non trova neanche lei un po’ di pace (“Blowing in the wind”), dei tempi che cambiano (“The times they are a changin'”), di chi si aspetta la fine del mondo (“A hard rain’s a gonna fall”) e che nonostante tutto si sente libero, invincibile, fiero, come se stesse bussando alle porte del paradiso (“Knocking on heaven’s door”)… Tutto questo è Bob Dylan, un uomo, un cantautore ma anche, a buon diritto, un eccezionale poeta, di cui Rudyard Kipling, Albert Camus, Ernest Hemingway ma anche altri cantautori contemporanei come Jacques Brel, sarebbero certamente più che soddisfatti. Perché c’è una sottilissima linea di confine tra la poesia e la musica. Questa linea, sorprendentemente, si chiama Bob Dylan. Un poeta musicista, un novello trovatore, un po’ “arrogante e maleducato”, forse, ma pur sempre un genio. Un genio e un premio Nobel. Da questo fine settimana si spera anche ufficialmente…
Chiara Donati – Classe 4D

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