Commemorando Hemingway

Molti grandi scrittori hanno subito un evento che li ha segnati così profondamente e ne ha modificato il modo di pensare così radicalmente che, da allora, ogni loro opera ne ha risentito; alcuni celebri esempi potrebbero essere la confisca dei terreni da parte di Augusto per Virgilio, oppure la pazzia della moglie per Pirandello. Uno di questi “eventi cardine” accadde esattamente cent’anni fa, nella notte fra l’8 e il 9 luglio 1917.
Siamo in Veneto, nei dintorni della piccola cittadina di Fossalta di Piave, dove infuriano i combattimenti della Grande guerra. Dopo l’esplosione di una bombarda, un Ernest Hemingway appena diciassettenne (avrebbe compiuto diciott’anni soltanto un paio di settimane più tardi) tenta di trarre in salvo un ferito, ma finisce per essere colpito dai proiettili di una mitragliatrice, che gli penetrano in molteplici punti nella gamba. La cura sarà lunga e dolorosa, e la vita del futuro scrittore non sarà mai più la stessa.
In seguito, Hemingway ritornerà più volte sull’accaduto, epicentro del periodo della sua vita trascorso al fronte, e ne riparlerà nel suo celebre romanzo “Addio alle armi”, pubblicato nel 1929. Questa terribile ferita non gli impedì comunque di innamorarsi del Vecchio Continente: nel corso della sua vita, passata in un viaggio quasi perenne, vi ritornò moltissime volte, al punto che negli anni ’20 fece avanti e indietro fra Parigi e la sua Spagna. Quest’ultima divenne la sua grande passione e fu perfino scelta come teatro del suo capolavoro “Per chi suona la campana”, scritto fra il ’39 e il ’40, mentre si consumava la Guerra civile e saliva al potere il regime franchista. Nel corso del secondo conflitto globale, ormai ultraquarantenne, partecipò allo sbarco in qualità di reporter di guerra, e perfino nei suoi ultimi anni, ridotto in uno stato di salute assai precario, non mancò di tornare numerose volte nella penisola iberica. Morì infine suicida, in seguito a un lungo periodo di depressione, nel 1961.
Una vita trascorsa, come lui stesso affermò orgogliosamente numerose volte, a testare i propri limiti, a vedere fin dove ci si poteva spingere: come testimonia l’incidente a Fossalta di Piave, il primo di molti, non sempre le esperienze causate da questo stile di vita estremo furono positive, però Hemingway non se ne pentì, e rimase sempre in linea con quest’ideologia, l’ideologia di quella che proprio grazie al suo romanzo “Il sole sorge ancora” divenne nota come la Generazione Perduta.
Lorenzo Paciotti – Classe 4E

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