Liceo Classico "Galileo" di Firenze

Docente responsabile Paolo Boschi

Alla deriva – Racconto

Le palpebre del vecchio Renzo si facevano più leggere via via che andava svegliandosi, il viso colpito dal sole e il naso solleticato dalla forte fragranza salata. La sua schiena, non più giovane come una volta, si lamentava della scomoda ubicazione notturna; quando si fu svegliato del tutto la vista che lo accolse non fu delle migliori: pesanti travi di legno lo sovrastavano di neanche un metro e una camminata pesante le faceva tremare. Si alzò dalla scomoda branda su cui si era accorto di aver dormito e, dopo un’attenta occhiata a ciò che lo circondava, arrivò alla conclusione di essere su una nave, precisamente sottocoperta.
Uscì sul ponte e subito fu colpito dall’invincibile forza di un’onda, che lo scaraventò dal lato opposto del veliero dove si scontrò con un marinaio.
“Cosa fai, nullafacente? Ti sembra il momento di rotolarti sul ponte?” urlò l’uomo, ma la sua voce era un suono ovattato per le orecchie di Renzo che, senza accorgersene, si trovò tra le mani una cima con l’ordine di fissare quella e altre all’albero maestro; intanto una bufera si stava scatenando sulla nave rendendo scivoloso il ponte e quasi impossibile il compito affidatogli. Terrorizzato dal mare, ma affascinato dai marinai, si guardava intorno continuamente distogliendo l’attenzione dalle cime; tutti si muovevano freneticamente per svolgere il proprio compito senza essere travolti dalle onde: c’era chi ripiegava le vele affinché queste non si bucassero, chi salvava le provviste e chi si alternava convulsamente tra ponte e coperta per assicurare quelle che a Renzo sembrarono pistole e palle di cannone. Sentendosi strattonato, si voltò e e vide un faccione minaccioso che gli urlò prepotentemente in un orecchio: “Marinaio! Muoversi! Il mare non aspetta certo i tuoi comodi!”
Lui non se lo fece ripetere due volte e subito si affannò nel tentativo di riuscire a fissare tutte le cime in tempo, ma quando riuscì nel proprio compito non ebbe il tempo di compiacersi che un’onda gigantesca lo travolse gettandolo in mare. Renzo, che non sapeva nuotare, cominciò a muoversi convulsamente nella speranza di rimanere a galla e nello stesso momento gridava con tutto il fiato che aveva in corpo per destare l’attenzione degli uomini sulla nave, ma con scarsi risultati; la nave che pian piano si allontanava fu l’ultima cosa che vide prima di essere risucchiato dai violenti flutti salati.

Quando aprì gli occhi fu sorpreso di essersi salvato e non fece caso a dove fosse, fino a che non si accorse che era dentro una stanza, molto lussuosa, dalla cui finestra poteva ammirare la Terra. La consapevolezza di essere nello spazio lo travolse e subito, alzatosi dal letto, corse verso la porta e la aprì: si trovò in un corridoio lussuoso come la stanza, anch’esso decorato con grandi vetrate che davano una splendida visione dell’universo sconfinato. Renzo venne risvegliato dalla sua contemplazione da una voce metallica proveniente da destra: “Si annuncia ai gentili visitatori che lo spettacolo inizierà tra dieci minuti. Siete tutti pregati di recarvi nella sala principale”.
Incuriosito, si incamminò in quella direzione e, man mano che andava avanti, sentiva di avvicinarsi a un gruppo di persone; girato l’angolo si trovò davanti uno spettacolo che mai avrebbe pensato di vedere: alieni. Alieni di forme e dimensioni diverse conversavano tranquillamente nella sala. Il sangue gli si era gelato nelle vene, il respiro bloccato in gola e gli occhi stavano per uscire fuori dalle orbite, eppure riuscì a costringersi ad assumere un’aria rilassata e ad entrare nella sala senza attirare l’attenzione di nessuno dei presenti, che alla fine non sembravano per niente aggressivi.
Non fece in tempo a percorre pochi metri che subito fu affiancato da quello che dedusse fosse un robot, o forse un androide, il quale, porgendogli un calice pieno di bollicine blu, lo fece accomodare su una delle tante poltrone poste dinnanzi ad una enorme finestra che si stupì di non aver notato prima. Renzo era atterrito e, non sapendo cosa fare, fermò il droide un attimo prima che si allontanasse chiedendo: “ Quando avrà inizio lo spettacolo?”
“Pochissimi minuti, signore” rispose andandosene la macchina.
Pochissimi minuti. Pochissimi minuti a cosa? Si domandava Renzo, e mentre nella sua testa ronzavano queste domande rivolse lo sguardo oltre il vetro della finestra, verso la Terra. E fu in quel preciso momento che si accorse che intorno al pianeta orbitavano enormi agglomerati di macchinari. Non sapeva perché, ma quei satelliti artificiali non gli promettevano nulla di buono, così come tutta la situazione in cui si era trovato.
“Signore e signori, prendete posto, prego, mancano due minuti all’esplosione” avvisò la voce metallica con grande orrore di Renzo; e mentre tutti gli altri si sedevano allegramente sulle comode poltrone, lui sulla sua stava morendo di ansia e paura.
“Il conto alla rovescia sta per cominciare, state per assistere agli ultimi secondi della Terra, signori”. Renzo era talmente atterrito che non si accorse dell’inizio del conto alla rovescia. Sette. ‘No fermi, che sta succedendo?’. Sei. ‘La fine della Terra’ pensava. Cinque. ‘Dove diavolo sono finito?’ Quattro. ‘Sta per finire tutto, dannazione!’ Tre. ‘Non rimarrà più nulla’. Due. ‘Sono l’ultimo’. Uno. Luce. Esplosione sorda. Buio.
Il corpo di Renzo si era accasciato privo di sensi sulla poltrona.

Si risvegliò la terza volta con la paura di trovarsi di nuovo su quell’astronave, ma di nuovo vide qualcosa di molto diverso: una parete buia di una stanza molto umida; non vedeva niente, ma sentiva voci sommesse e respiri veloci intorno a lui. “Chi è là? C’è nessuno?” domandò impaurito verso il nulla, ma non ottenne risposta se non qualche respiro affannoso. Più e più volte tentò di ricevere un qualche segno da qualcuno dei presenti, anche solo per capire se effettivamente fossero persone, ma… nulla, nessuno dava mai una risposta. Dopo molto tempo passato a tentare di comunicare decise di alzarsi, ma si rese conto che non riusciva a muovere le gambe; non se ne era accorto fino a quel momento perché le mani le aveva libere. Tentò di liberarsi, ma il buio pesto della stanza gli impediva di riuscire nel suo intento; dopo un’ora di tentativi si fermò e, accasciatosi al muro, chiuse gli occhi e fece respiri profondi nella speranza di calmarsi e riuscire poi a ragionare a mente lucida. Però si rilassò un po’ troppo e senza accorgersene si addormentò. Fu svegliato da una luce che batteva sui suoi occhi, grazie alla quale poté vedere cosa lo circondava, ma quello che vide lo pietrificò: i respiri affannosi che sentiva appartenevano a esseri umani, anche se chiamarli umani era un azzardo: decine di corpi mutilati erano appesi per le pareti; Renzo non riusciva a capire come potessero essere ancora vivi in quelle condizioni, ma a quanto pare il pazzo che li aveva ridotti in quel modo era stato ben attento a non toccare punti che li avrebbero uccisi subito. Il tempo che passò in quella stanza tra quei corpi gli sembrò interminabile, soprattutto perché sapeva cosa effettivamente lo circondava; fu risvegliato dal suo stato catatonico dalla porta che si spalancava a causa del calcio che aveva tirato l’uomo che in quel momento si stagliava sulla soglia: di lui si capiva solo che era alto e che in una mano teneva un’accetta e nell’altra un enorme coltello. Renzo si gelò, terrorizzato dall’idea di dover diventare un altro dei corpi attaccati alla parete; non aveva la forza di supplicare o urlare, ma solo di piangere. Le lacrime cominciarono a scorrergli silenziose sulle guance prima ancora che la figura muovesse un passo; non emise un fiato nemmeno quando l’uomo cominciò a muoversi, né quando se lo ritrovò davanti. Lo sconosciuto davanti a lui gli bloccava la visuale e solo dopo alcuni minuti Renzo si rese conto che la porta si stava chiudendo; con l’ultimo spiraglio di luce vide luccicare la lama dell’accetta che scendeva velocemente su di lui. In quel momento urlò.

L’urlo lo svegliò. Con gli occhi sgranati e il respiro affannoso si guardò intorno e riconobbe la vecchia televisione, la carta da parati del salotto e la morbidezza della sua poltrona, sulla quale a quanto pare si era addormentato. Ancora spossato, si alzò e velocemente si diresse verso la stanza da letto; si girò un attimo per spegnere la luce e controllare che tutto fosse in ordine. Sul tavolino di vetro blu accanto alla poltrona c’erano tre libri dei suoi autori preferiti: Emilio Salgari, Isaac Asimov e Stephen King.

Eleonora Metti – Classe 5E Liceo Classico “Galileo” di Firenze

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