Aspettando Godot: parabola comica di pura amicizia

Ci sono coppie che non si scordano mai: Bonnie e Clyde, Stanlio e Ollio, Filemone e Bauci. Figure mitologiche, cinematografiche e non solo che hanno fatto la storia per la loro inestinguibile complicità. A dispetto di quanto si potrebbe immaginare, Samuel Beckett ha offerto al pubblico di tutto il globo un ulteriore (forse anche più simpatico) esempio di altrettanto grande amicizia. Nel suo capolavoro “Aspettando Godot”, magnificamente trasposto sulla scena da Maurizio Scaparro al Teatro della Pergola, lo spettatore si ritrova catapultato dalla sua comoda poltroncina di velluto in una realtà scenografica ridotta al minimo indispensabile (non collocata spazialmente eccetto che per il sottofondo musicale di fisarmonica che ricorda Parigi), un albero spoglio di scena che prima o poi fiorisce e, soprattutto, due uomini… che aspettano. Più precisamente, aspettano un tizio. Più precisamente ancora, aspettano un tizio che si chiama Godot. “Bisogna tornare domani./A far che?/Aspettare Godot”: questi dialoghi così taglienti tra i due simpatici protagonisti ricorrono per tutta la narrazione, perché la presenza di Godot (o meglio, a ben vedere, la sua “assenza”) funge da motore dell’intera narrazione. La storia che, a sentire l’attore protagonista Antonio Salines, “è diversa da tutte le altre ma proprio per questo ha spiazzato il pubblico” va avanti perché due uomini, di nome Vladimiro ed Estragone, devono aspettare l’arrivo di Godot. Ma chi è Godot? Godot non appare, viene solo nominato dai due uomini, la cui unica certezza pare essere proprio lo stesso Godot, che d’altra parte non si decide ad arrivare. Di qui nasce una visione e interpretazione oltremodo pessimistica e controversa dell’opera di Beckett, che invece il regista Scaparro (in collaborazione strettissima con i due attori protagonisti Antonio Salines e Luciano Virgilio) ha deciso di alleggerire, per mettere in luce una chiave molto più comica (senza perdere gran parte della sua assurdità) e a maggior ragione “amichevole” della storia. Vladimiro ed Estragone, o Didi e Gogo, i loro amabili soprannomi, sono il classico esempio di “coppia”. Un binomio perfetto. Sono descritti mentre si abbracciano, mentre litigano ma anche mentre discutono sul nonsense con Pozzo e Lucky o si ricordano nostalgicamente del passato, mentre uno si toglie la scarpa e l’altro si sistema il cappello o mentre uno mangia un ravanello e l’altro una carota. A uno puzzano i piedi, all’altro l’alito. Sono complementari, insomma. In poche parole, sono la strana coppia.”Potrebbero essere perfettamente marito e moglie”, mi ha confessato con una punta di ironia Salines dietro le quinte dopo lo spettacolo. Scherzi a parte, come si dice spesso, è l’unione che fa la forza, o meglio, l’amicizia fa la forza, perché del resto “è l’amicizia che salva Vladimiro ed Estragone “, parola (magistrale) di Salines. Ma il vero intento dell’autore, al di là dell’assurdità e del dramma dell’esistenza, è quello di fare comicità, anche attraverso l’amicizia, anche attraverso il dolore. “Ha scritto questo testo per divertire”, dice l’interprete di Estragone a proposito di Samuel Beckett, “e nel corso degli anni la critica ha sempre cercato di dargli significati d’avanguardia, mentre lui voleva solo giocare(…). Questo senza nulla togliere ai contenuti seri (amicizia, morte, vita, dolore, fame, male fisico) da lui sapientemente trattati, ma come in un western il testo deve anche divertire. Invece è sempre sembrato ‘pesante’. Scaparro l’ha alleggerito moltissimo”. E come dargli torto? Perché in fondo, Scaparro, come Salines, Virgilio e tutti gli altri interpreti di questo grandioso spettacolo, hanno capito la vera natura del testo, al di là delle sterili etichette: nient’altro che un disincantato inno all’amicizia e alla vita, trascorsa minuto per minuto in comicità e con una buona dose di assurdo. Perché Godot, indipendentemente da chi sia (Dio, l’aldilà, il destino, la morte, il caso) è uno solo, e come tale rimarrà solo e irraggiungibile. Vladimiro ed Estragone, invece, sono in due e, soprattutto, sono insieme. Anche se il tempo “grande scultore” inesorabilmente passerà, e l’indomani incomberà come la spada di Damocle, i due amici troveranno sempre il modo di vivere e di ridere in faccia alla morte, al destino, al futuro. Attraverso il sipario rosso fuoco della finzione teatrale (che è pura, incontrastata, realtà) Beckett ci insegna che non conta affatto il domani (Godot): conta solo l’oggi, inconsapevolmente vissuto all’insegna della comicità e – perché no? – di una solida amicizia.
Chiara Donati – Classe 4D

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Email this to someone