Scuola Secondaria di Primo Grado "Puccini" di Firenze

Docente responsabile Paolo Boschi

Dietro le linee – Racconto

19 maggio 1918
Faceva freddo. Ero dentro una nuvola. Sapevo che presto ne sarei uscito, anche se non volevo. Ero nascosto, non mi avrebbero visto. Fuori ero un bersaglio facile… e non ho fatto in tempo a chiedermi quanto ci avrei messo ad uscirne, che ne fui fuori. E subito vidi l’inferno. Lo avevo già visto, e lo vedevo ogni giorno. Ma vederlo di nuovo dopo pochi secondi di tranquillità faceva un altro effetto. Molti credono che l’inferno non esista, ma posso testimoniare che per quattro anni era qui in terra. Uno di quei giorni era il diciannove maggio millenovecentodiciotto. Era veramente l’inferno. Vampe di fuoco che partivano dal suolo e andavano verso il cielo, o viceversa. Ogni secondo moriva almeno un uomo, se non qui, da un’altra parte del mondo. Ero definito dalla stampa uno dei “cavalieri del cielo”. Un pilota, quindi. Sempre meglio che stare in trincea… Sentivo una voce dentro che mi diceva di tornare indietro e disertare. Mi avrebbero messo sotto corte marziale e fucilato, e non sarebbe cambiato nulla. Sapevo che qualcosa avrebbe messo fine a me e a Jonathan, il mio mitragliere di coda. In quella confusione avrei potuto sbattere contro un altro aereo, o essere abbattuto da un autocarro della contraerea. Qualcosa che mi avrebbe ucciso, senza dubbio. Eravamo in milioni e milioni a combattere, e pochi di quei milioni sarebbero sopravvissuti. Non potevo certo aspettarmi di essere talmente fortunato da essere tra quelli. Quando eravamo partiti pensavamo di andare incontro alla gloria eterna, pensavamo di rimanere nella storia. Molti di noi si perderanno nei mesi, ma basta che venga ricordato anche solo uno su mille di noi, che tutti sapranno quello che avremo fatto. Ero immerso nella paura, fino a che un grido di Jonathan mi riportò nel mondo reale. “Clyde, ne abbiamo uno in coda!” Cercai di attirarlo in una trappola, di accorciare le distanze, virare e farmi inseguire. Il pilota crucco avrebbe potuto pensare che fosse una trappola, quindi dovevo muovermi simulando un errore di manovra. Così feci, e il crucco rimase in coda. Mi aveva nel mirino. Ma sapevo che anche Jonathan lo aveva nel suo. Sento dei colpi di mitragliatrice e grido: “L’hai abbattuto, Jonathan?” Dopo un secondo sento la risposta: “Sta… precipitando, Clyde…” Sentivo che stava faticando a parlare, così senza aspettare chiesi: “Tutto ok, John?” “No, Clyde… il crucco… mi ha colpito” rispose confermando quello che già intuivo. Sapevo che qualcosa sarebbe andato storto, così cercai di passargli qualche benda per bloccare temporaneamente la ferita. Non l’avessi mai fatto… Bastò distrarmi un secondo per peggiorare le cose. Un colpo d’antiaerea. Uno lento. Uno che se non mi fossi distratto, avrei facilmente evitato. Perdevo quota velocemente. Troppo velocemente. E non feci in tempo nemmeno a confidare i miei peccati a Dio. Che colpii il suolo. E svenni.

Mi svegliai. Dovevo essere stato incosciente per ore, visto che il sole era calato. E notai una cosa tremenda. Dove ero io, c’era solo metà dell’aereo, l’altra metà, probabilmente con Jonathan dentro (e cadavere), era da qualche altra parte. Era buio. Volevo provare ad orientarmi, ma la bussola si era rotta nello schianto. Orientarsi era quindi impossibile. Avrei potuto provare ad andare in una direzione, ma se avessi preso quella sbagliata? Potevo finire dritto in una trincea dei crucchi. Decisi quindi di prendere la mia pistola dall’abitacolo. Essendo un pilota non ho mai avuto l’occasione di usarla, quindi la mia mira è pessima. Eppure conosco bene l’arma. Una Webley Mark VI. Usa munizioni calibro 11.43. Ne tiene sei nel tamburo. Con me ne ho solo ventiquattro. Ciò vuol dire quattro caricatori. Sapevo che conoscere le armi in gioco non mi avrebbe salvato, eppure la conoscevo bene. Come conoscevo bene il mio aereo, prima che lo abbattessero. Era un Caccia Bristol F.2.
È quasi ironico invece, che molti piloti adesso abbiano meno di dieci ore di volo d’esperienza. Quindi la loro morte è stimata in pochi giorni. Io ero uno di quelli. E sapete cosa? Ero sopravvissuto per più di due anni e mezzo. Anche se la cosa poteva finire oggi.

Ancora dovevo scegliere con cautela la direzione. Purtroppo però dopo pochi minuti a piedi, vidi delle case distrutte, delle casse di munizioni, e sentii delle voci. Non capivo cosa dicessero. Decisi quindi di avvicinarmi. Oramai le voci si sentivano perfettamente. Il problema? Parlavano tedesco. Sapevo quindi già che in quelle casse non avrei potuto trovare munizioni per la mia arma.
Speravo di poter sfruttare l’effetto sorpresa. Ma erano in quattro, ed erano armati molto meglio di me. Avevano addirittura due armi. Due di loro avevano un Gewher del 1888. Un altro un Lee-Enfield. Deve averlo rubato ad uno dei nostri. L’ultimo aveva invece una MP18, roba nuova, ottima per combattimenti in trincea. Ognuno di loro aveva al fianco una Luger P08, tranne uno con una Dreyse M1907. Ognuno di loro aveva in dotazione una Stielhandgranate, granate tedesche.
Era meglio non attaccare, dopotutto avevo solo ventun anni, non volevo certo morire a quell’età… oppure potevo attendere.
Due di loro si allontanarono e fu il mio momento. Feci fuori i primi due e, prima che gli altri due mi vedessero (e sparassero), fui già in un altro nascondiglio. Insieme alla MP18 di uno dei due. Ed evidentemente la fortuna voleva darmi una seconda chance. I due si divisero per cercarmi, e uno di loro veniva proprio verso di me. Presi un sasso da terra, e lo lanciai dietro le rovine di una casa, dove l’altro stava andando. E subito si accorse del rumore, e andò dietro la casa convinto di trovarmi. Intanto quello vicino a me si distrasse dal rumore dell’altra casa. Urlò qualcosa in tedesco e si distrasse, come se stesse imprecando per una scommessa persa. Mi spiace amico, ma la scommessa, se c’era, l’avevi vinta proprio tu. Lo feci fuori con la MP18… ma le apparenze ingannano. Sembravano ben equipaggiati, e invece l’arma che ho rubato aveva solo cinque colpi. Abbastanza per eliminare il primo, ma non per il secondo. Sentii l’altro gridare qualcosa. Diceva “Franz” o qualcosa di simile. Sinceramente non so cosa volesse dire. Ma per dargli l’idea del successo dell’amico gridai l’unica parola che so di tedesco. “Ja?” il tono del crucco si calmò, e continuò a parlare in tedesco, allarmandosi però per via della risposta mancante. Spuntai all’improvviso e, armato di una pessima pistola, con una pessima mira e pochi colpi, vuotai l’intero tamburo. Dopo i primi due erano rimasti quattro colpi, e non avevo certo il tempo per ricaricare. Li sparai tutti e quattro. Rimanemmo feriti entrambi. Lui per l’unico colpo subito al braccio. Io perché sparando troppo in fretta il rinculo mi fece tirare la pistola su un dente. Almeno non poteva sparare… o, meglio, prima di impugnare il fucile con l’altra mano. Presi quindi l’arma del ‘terzo’ crucco, ma dopo due colpi si inceppò. Nessuno dei due colpi lo raggiunse. Decisi quindi di prendere una granata e tirargliela. Si scansò prima dell’esplosione. Ammetto che non è male come soldato. A questo punto sono lì, senza munizioni, davanti ad un nemico con l’arma carica. Mi spara. Il dolore al braccio gli fa sbagliare mira. Mi colpisce la gamba destra. Poi, tranquillamente, mi punta il fucile e spiccica qualche parola in inglese: “Tu finito sei” Come ultimo desiderio vorrei tanto saper parlare il tedesco per correggergli pronuncia e grammatica. Chiudo gli occhi. Sento tre spari… li riapro. Vedo il crucco accasciato a terra davanti a me. Guardo in lontananza e vedo Jonathan con un’arma in una mano, e l’altra sulla ferita di prima. Grido: “Diavolo, John, sei arrivato giusto in tempo!” “Non c’è tempo per le chiacchiere, Clyde” mi risponde. Domando: “Sai dove siamo?” Sentii la risposta con tono impaurito: “Nel mezzo delle due trincee. Ma non preoccuparti, siamo a meno di dieci minuti a piedi dalla nostra. In più, sono venuto a cercarti con altri tre soldati.” Sorrisi. “Sei ferito?” chiese Jonathan. Risposi: “Alla gamba, ma credo di riuscire a camminare.” Mi rispose lui: “Allora meglio mettersi in marcia, amico.”

23 Aprile 1977
Oggi è il mio ottantesimo compleanno. Il compleanno di un vecchio qui noto come ‘Signor Blackway’ o ‘Il vecchio Clyde’ o più semplicemente ‘Clyde Blackway’. Per me oggi, invece, è il compleanno di uno degli uomini più fortunati del mondo. Che ha combattuto nelle due guerre più sanguinose e terribili della storia. E che è sopravvissuto. Ad entrambe. Sarebbe stato un compleanno noioso. Come tutti. I miei figli oramai vivevano con i miei nipoti in America. Mio fratello maggiore era morto nel 1916, e quello minore nel 1943. Mia moglie morì a 76 anni. Avrebbe avuto la mia stessa età, adesso. Sarebbe stato un compleanno molto triste. Finché non suonò il campanello. Pensavo fosse qualche venditore. E invece riconobbi subito la voce.
Non me lo aspettavo. Non avevo sue notizie da sedici anni. Non sapevo neanche se fosse vivo o morto.
Non sapevo fosse lui, quindi all’inizio risposi un po’ scorbuticamente. “Chi è? Sappiate che non compro nulla.” La porta era chiusa, quindi non sapevo chi fosse.
Sentii la sua risposta: “Ehy, Clyde? Da quando il tuo mitragliere di coda vende cose?”
Non potevo crederci. Era lui. Era Jonathan.
Dopo la guerra avevo imparato molte cose. Come il tedesco. Certe volte mi sogno di nuovo quell’evento di cinquantanove anni fa, col crucco che mi punta il fucile, parla in inglese, e io, parlando nell’ormai noto tedesco, lo correggevo.
Un’altra cosa che avevo imparato era cucinare. Avevo cucinato un pranzetto per il mio compleanno. Era poco, visto che pensavo che avrei mangiato da solo. Ma credo che Jonathan capirà.
Dopo pranzo andammo in camera mia, dove guardammo le foto dei ‘Bei ed orrendi vecchi tempi’, come mi piaceva chiamarli. Ed eccoci qui. Dopo sessanta anni da quando ci siamo conosciuti, a ricordare con piacere, qualcosa di orrendo.

Edoardo Lolli – Classe 2D
Scuola Secondaria di primo grado “Puccini” di Firenze

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