Fiocco di neve – Storia di Natale

-La solita tazza di tè, tesoro?- disse Sam, continuando a masticare freneticamente il suo chewing gum alla fragola, come suo solito. Anche quel giorno il trucco che portava era molto pesante, molto poco curato. Nonostante fossero ancora le 10.00 di mattina, questo le era già colato alle estremità degli occhi e si confondeva con le profonde occhiaie. I capelli le uscivano a piccoli ciuffetti dalla disordinata coda di cavallo nella quale, quella mattina, erano stati acconciati. Con le lunghe unghie laccate di un rosso accesso ticchettava senza sosta sul freddo tavolino di marmo del suo bar, impaziente di prendere l’ordine. Mi soffermai a guardare fuori dalla finestra, appannata. Inizialmente non mi concentrai su niente in particolare. In silenzio, semplicemente, fissai “il vuoto”. Senza una precisa ragione logica i miei pensieri tornarono tutti indietro di un paio d’anni. A quell’ultima volta che aveva nevicato. Non avevo mai amato la neve, era così fredda. Mi aveva sempre ispirato un così profondo senso di solitudine. Ogni singolo fiocco di neve cadeva da solo dal cielo, come una piccola lacrima ghiacciata di una piccola nuvola, anch’essa sola. Cadeva volteggiando in aria in quella sua danza da solista, armoniosa e malinconica. Veniva portato in luoghi lontani da una debole ma insistente folata di vento. Si posava sul cornicione di accoglienti case di montagna, destinato ad osservare tutte quelle famiglie intente a sorridere, mangiare biscotti appena sfornati e – perché no? – ad addobbare il loro albero di Natale. Destinato, in poche parole, a guardare quelle vite così felici che, ben sapeva, non sarebbero mai state sue. Fissando fuori dalla finestra, quel giorno, una lacrima mi solcò la guancia, sola e fredda come un fiocco di neve. E in quel momento, pensando a questo, mi si strinse il cuore, tanta era la compassione che provavo. Rivolsi gli occhi al cielo, di un azzurro chiarissimo. Sospirai, lasciandomi cadere sulla mia sedia. Non avevo mai amato la neve, eppure non avevo mai desiderato così tanto che, in quell’anno, nevicasse. Socchiusi gli occhi, scossi la testa e accavallai le gambe. Provai a scacciare via i pensieri, ma non funzionò. Anzi, questi diventarono sempre più pesanti, finché pesante diventò anche la testa. Ricordo una sorta di blackout. Come se in quell’istante, solo per un secondo, fosse andata via la luce. Sam era sparita. Probabilmente si era scocciata di far attendere gli altri clienti per me. Appoggiai la testa sul tavolino. Mi sentivo estremamente debole.
– Per ogni tuo pensiero ti darò un centesimo -.
Semplicemente, con un movimento impercettibile, alzai gli occhi nella direzione da cui avevo sentito provenire quella voce misteriosa. Era un ragazzo, ma non riuscivo a vederlo in volto. C’era qualcosa in quel suo accento, nel modo in cui delicatamente aveva tirato indietro la sedia per mettersi a sedere, che mi ricordava qualcosa. Qualcosa di molto lontano, ormai.
– Mi sembra un po’ banale come frase per rimorchiare, ti pare? – dissi mugugnando, masticando quelle parole in un unico suono incomprensibile.
– Già, ma le frasi scontate mi sono sempre piaciute -.
– Lo senti? – dissi, alzandomi improvvisamente e prendendo tutte le mie cose per andarmene.
– Cosa? – domandò quel ragazzo, che continuava a seguire con lo sguardo ogni mio movimento. C’era qualcosa di familiare in quegli occhi verdi, in quel modo di dondolare la testa di qua e di là aspettando una risposta. Ma non riuscivo a capire cosa, forse per la stanchezza, forse perché era un ricordo confuso, forse perché semplicemente in quel momento volevo andarmene di lì, non volevo intraprendere nessun tipo di relazione sociale. Era da un paio d’anni che avevo cominciato a sviluppare una particolare forma di odio contro l’umanità. Per questo, da un paio d’anni, ogni mattina mi recavo in quel bar, nella via parallela a quella dove vivevo. Era un piccolo buco, tra una banca e il numero civico 54, tutto interamente di cemento. Era brutto a vedersi, nonostante i cappuccini di Sam fossero i migliori che avessi mai bevuto. Era per questo che non attirava molta clientela e proprio per questo a me piaceva. Non ho mai fatto presente a Sam di questa cosa, non le ho mai detto di prendersi più cura del suo locale. Questo perché, semplicemente, volevo continuare a rimanere sola, in quel mio angolino sul lato sinistro, con l’unica compagnia di una tazza di tè, qualche canzone che davano alla radio, qualche turista e quella vecchia barista che negli ultimi due anni si era rivelata una persona che, tutto sommato, mi piaceva. Questo perché Sam sapeva rimanere nel suo e, nonostante ormai notasse tutti i momenti no delle mie giornate, non faceva nessuna domanda. Si limitava a portarmi qualche biscotto in più, o a non farmi pagare il conto.
– Cosa? – domandò di nuovo il ragazzo.
– Il rumore di un gatto che si arrampica sugli specchi – risposi scocciata. E così estrassi dalla mia borsa una sigaretta e uscii fuori. Volevo ritrovare il silenzio, stare da sola. Volevo semplicemente e solamente quel dannato silenzio che lui aveva spezzato. Ma prima che potessi mettere un piede fuori dal locale, quel ragazzo mi aveva già fermato.
– Hey, dai. Scherzavo – cercò di giustificarsi. E in quel momento, inspiegabilmente, scoppiai a piangere.
– Chi sei? Cosa vuoi da me? – gli urlai in faccia.
– Calma dai. Sono solo.. sono solo un amico -.
Avrei voluto prenderlo per quel suo colletto, di quella camicia azzurra, e strattonarlo finché non fosse sparito dalla mia vista. Poi inspirai profondamente. Perché ce l’avevo così tanto con lui? Lo guardai con aria sconfitta, distrutta, vinta. Lui infilò una mano nella tasca sinistra e ne tirò fuori una foto di un fiocco di neve.
– Tanto tempo fa – iniziò a raccontare – c’era un piccolo fiocco di neve. Un giorno questo fiocco di neve si imbatté in una tremenda tempesta, per colpa di uno stupido raggio di sole. Questo voleva a tutti i costi che il fiocco di neve fosse suo e di nessun altro. Così, un giorno, mentre il fiocco di neve dormiva, lo colpì. All’inizio quel piccolo chicco ghiacciato era felice. Quella sensazione calda gli era nuova, quasi confortante. Ma poi cominciò a star male, stava peggio ogni secondo che passava – si interruppe un attimo.
– E poi? – chiesi. Lui sospirò, alludendo ad un sorriso. Mi accarezzò la guancia, con la sua mano fredda, eppure così necessaria.
– Il fiocco di neve morì -.
– E che ne fu del raggio di sole? –
– Non faceva altro che tormentarsi per l’errore che aveva commesso. Per raggiungere la propria felicità non aveva pensato a quella del suo amore. E ora, per punizione, l’aveva perso. Ma sai una cosa? –
– Cosa? –
– Se quel raggio di sole potesse tornare indietro, direbbe al fiocco di neve che lo aveva amato sul serio. Non ti dico che avrebbe provato a sistemare la situazione e ricominciare tutto dall’inizio, sapeva di aver sprecato la sua occasione. Ma sì, credo proprio che in qualche modo però avrebbe provato a rendere al fiocco di neve quella parte di felicità che gli aveva rubato -.
– Perché mi hai raccontato questa storia? –
Prese di nuovo la foto e, girandola verso di me, domandò: – Ti ricorda nulla? –
Si trattò di un piccolo particolare impercettibile. Un fermaglio rosso, lì, nella neve. E la mia mente tornò indietro di un paio d’anni. A quell’ultima volta che aveva nevicato. Ero di fretta, non guardavo dove stessi andando. Ero andata a sbattere contro un ragazzo, il cui aspetto in quel momento non mi affiorò alla mente. Ricordo solo la sua voce, che in tono divertito mi aveva offerto una tazza di tè, in quel bar. Iniziò a raccontarmi la storia di un piccolo fiocco di neve, riscaldato da un raggio di luce. Il ragazzo mi aveva rassicurato che non si sarebbe sciolto. Il raggio di sole si sarebbe preso cura di lui, l’avrebbe amato senza fargli del male. Ma tutti sappiamo che, prima o poi, la neve è destinata a sciogliersi. Passai l’inverno più bello della mia vita con quel ragazzo. Questo finché non sparì dalla mia vita. Una mattina andai a trovarlo nel suo appartamento, con delle brioche appena sfornate. Ma lui non c’era. Era rimasto solo il suo stupido amico ubriaco. Lo aspettai per tutta l’estate, senza ricevere più sue notizie. Da quell’anno non aveva più nevicato, e io iniziai ad odiare la neve perché mi ricordava lui. Iniziai ad odiarla perché sapevo che, come un piccolo fiocco di neve, mi ero lentamente sciolta, scomparendo. In quel momento alzai gli occhi verso il ragazzo di fronte a me, pieni di lacrime.
– Buon Natale, mio piccolo fiocco di neve -.
Fu come se qualcosa fosse esplosa nella mia testa. Mi chinai solo un attimo per il dolore.
– Tesoro? Ci sei? Allora, vuoi la solita tazza di tè? -.
Sam era lì accanto a me, nella sua impazienza, mentre faceva schioccare l’indice con il pollice davanti a me. Il locale era di nuovo pieno di gente. C’erano di nuovo tutti, eccetto lui.
– Sam, hai visto per caso un ragazzo che era seduto proprio qui di fronte a me? –
– Cara, tu non esci con un ragazzo da due anni -.
Confusa, mi alzai ed uscii fuori. Misi la mano in tasca per riscaldarla. C’era qualcosa lì. La presi e vidi che era una foto. La foto. Percepii come un tuffo al cuore e poi, dal cielo, un piccolo fiocco di neve si posò sul mio naso.
Ginevra Comanducci – Classe 3C

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