Liceo Classico "Galileo" di Firenze

Docente responsabile Paolo Boschi

Fly again – Racconto

Sento qualcosa appesantire il mio volo e ogni battito di ali diventare sempre più pesante. Mi mancano le forze e decido di lasciarmi andare.
Un terreno duro accoglie la mia caduta. Rotolo un paio di volte su me stessa.
Mi fa male la testa. Non ho idea di quanto tempo sia passato.
Sono in un bosco, il terreno è umido e scuro. Le fronde di alte e fitte querce coprono interamente il cielo.
Trovo la forza di alzarmi. Mi sento le ginocchia deboli.
Posso fuggire, dico fra me e me.
Devo solo sbattere le ali, alzarmi e scappare.
Posso farcela.
Ma ogni tentativo è vano.
Sono rimasta ore ed ore a provare ad alzarmi in volo ma ho fallito miseramente ogni volta.
Mi accascio di nuovo a terra, appoggiando la testa sul braccio. Rimango in questa posizione per un tempo infinito e lacrime calde iniziano a solcarmi il viso.
Volare è sempre stata la mia via di fuga. Quando avevo bisogno di pensare o fermare la mia vita, per un po’, andavo a guardare il cielo. Seduta su un ramo di un albero alto guardavo il cielo cercando di immaginarmi cosa ci fosse oltre. Ci perdevo ore. Lì, da sola, a pensare. Spesso ci rimanevo anche di notte. Mi divertivo a riconoscere i pianeti e le costellazioni.
E pensare a tutto questo mi spezza, ogni volta un po’ di più.
Mi addormento con le guance bagnate e i sogni rotti.
La forte luce del Sole mi desta. Sento qualcosa camminarmi sulla fronte. Un insetto. Lo scaccio velocemente con la mano, schifata.
Mi alzo in piedi. Inizio a guardarmi intorno, con la luce del giorno, ma improvvisamente il terreno sotto ai miei piedi inizia a cedere. Mi guardo attorno spaventata e inizio a fare qualche passo indietro, prima lentamente, poi sempre più in fretta. Nel terreno si sta creando una voragine che risucchia terra, foglie, fra poco anche me. Ed io non posso volare, non posso scappare da nessuna parte. Tento di correre, ma non sono veloce, essendo sempre abituata ad usare le ali. E così la voragine mi raggiunge e inizia a trascinarmi sempre più giù…
È una caduta corta in un terreno coperto di foglie. E c’è un altro particolare che noto poco dopo: mi trovo in una sorta di rifugio sotterraneo. Delle creature basse, alcune con le sopracciglia aggrottate, altre con un’espressione affaticata, trasportano dei tronchi di legno e grandi quantità di provviste. Mi guardo attorno. Una luce calda illumina tutto. Nessuno si è accorto di me.
Mi alzo lentamente e guardo il soffitto sopra di me. È molto basso, perciò allungo il braccio e constato che si tratta di terreno leggermente umido, ma molto solido. Rimango spaesata per alcuni minuti, osservandomi intorno. Sono finita sottoterra. Non riesco ancora a crederci. Devo capire come è successo, ho bisogno di parlare con qualcuno.
Mi avvicino a una di queste creature e inizio a chiedere: “Mi scusi, sono finita quaggiù per sbaglio, potrebbe indicarmi l’uscita?”
Ma quello, sgarbato, risponde: “Tu non vai da nessuna parte. Torna a lavorare!”
Lo guardo, scettica. Il terreno mi ha risucchiata nel loro rifugio sotterraneo, io non ci sarei mai voluta venire, e mi devo pure mettere a lavorare?! Non ci penso nemmeno. Mi volto e inizio a camminare, in cerca di qualcuno con cui poter parlare. Ma sono troppo occupata a guardarmi attorno che per sbaglio vado a sbattere contro qualcuno.
“Oh, scusami” esclamo.
“Non preoccuparti” mi risponde sorridendo un elfo. Lo osservo. È alto, occhi azzurri, orecchie a punta e capelli biondo cenere con un ciuffo sbarazzino. Sembra simpatico. Indugio un momento se parlargli di ciò che mi è successo o no, ma poi decido che per una volta posso provare a fidarmi. Così decido di parlargliene.
Lui mi ascolta attento e, alla fine del mio discorso, cadiamo per qualche secondo in un profondo silenzio.
Poi inizia a parlare.
“Ciò che ti è successo accade molto raramente. Nel terreno si è creato un vuoto che ha iniziato a risucchiare ogni cosa vi fosse sulla zona circostante… e purtroppo tu ti trovavi lì. Naturalmente comprendo che passare dal cielo a sottoterra non sia per niente facile, ma se vuoi, per qualsiasi cosa io sarò qui.”
Sorrido.
“Grazie” gli dico piano.
E lo ha fatto veramente. Nei giorni successivi abbiamo iniziato ad elaborare come avremmo potuto uscire.
Così decidiamo di chiedere a una dozzina di creature di scavare sul soffitto, creando una sorta di buco, dal quale avrei potuto uscire. Loro, dopo aver ascoltato la mia storia, accettano e iniziano subito a scavare.
Ci avviciniamo.
“Io, davvero, non so come ringraziarti” dico riconoscente
Lui sorride: “Io ti ho solo aiutato ad uscire di qui. Adesso sta a te scegliere cosa fare.”
Annuisco.
Trascorriamo insieme qualche ora, prima che venissero ad avvisarci che il buco era stato allargato abbastanza da permettere il mio passaggio. Lo guardo e lui, notando la nostalgia sul mio volto, mi dice: “Salgo con te”. Sorrido.
Attraversiamo il buco e ci ritroviamo nella foresta.
“Adesso vola” mi sprona.
“Ma io… non ci riesco” replico abbattuta.
Lui inizia ad indietreggiare, tornando verso il buco.
“Se lo vuoi veramente, puoi farcela” dice, continuando ad indietreggiare. Ma non ci rendiamo conto che sta andando dalla parte sbagliata, verso un burrone. Un passo ancora lo separa da una terribile caduta.
“Attento!” strillo.
Troppo tardi! Lo sento gridare e vedo scomparire il suo corpo. Urlo disperata. Mi avvicino al precipizio. Lo vedo precipitare.
Se lo vuoi veramente, puoi farcela.
E così mi butto. Posso salvarlo. Voglio salvarlo.
Improvvisamente mi alzo in volo. E mi rendo conto che le mie ali hanno ripreso a funzionare. Mi sembra troppo bello per essere vero.

Due anni dopo… sto guardando il cielo, seduta su un alto ramo. Sono viva e soprattutto nel mio posto. Devo tutto a lui.
Adesso è sottoterra, e io nel cielo. Centinaia di metri ci separano. Ma ormai quello che ha lasciato in me non se ne andrà mai, nonostante gli anni e le distanze.

Penelope Riccobono – Classe 1B Liceo Classico “Galileo” di Firenze

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