Il Destro – Racconto

Buonasera, so che siete qui perché vi racconti il viaggio della mia vita… che è diventato lungo, in effetti, perché ormai sono vecchio e consumato dall’età. Contrariamente a quanto potreste pensare, chi vi sta narrando non è una persona. Bensì un logoro stivale, precisamente quello destro di una coppia che un tempo era inseparabile, ma che si è sfortunatamente divisa. In effetti il mio caro fratellino è scomparso ormai da tanti anni, e…. Oh, perbacco! Non mi sono ancora presentato…. Bé, in realtà un nome vero e proprio non ce l’ho, ma tutti mi chiamano “il Destro” e tanto basta. Dunque… stavo dicendo…. Accipicchia, non ricordo più di cosa stavo parlando prima! Ed io odio perdere “il laccio” dei miei pensieri… Credo che mi toccherà iniziare dal principio, temo: sono stato fabbricato a Londra da un ciabattino irlandese dai capelli rossi e undici dita. Ero esposto  con il mio dolcissimo fratellino su un logoro e polveroso scaffale della sua piccola bottega di periferia. Tutte le sere pregavo perché riuscissimo a essere venduti, lì stavamo male, infatti, stretti e pigiati su quell’unica e rovinata mensola. Per non parlare degli spifferi, al solo pensiero… Brrr! Inoltre c’erano i topi, quegli sporchi roditori uscivano fuori da ogni singolo buco presente nella stanza. Fortunatamente, non molto tempo dopo, le mie preghiere furono ascoltate. Un uomo dai vestiti stracciati, con una benda sull’occhio e che fumava la pipa entrò gridando al ciabattino: “Dammi degli stivali nuovi, ho scarrocciato –che probabilmente significava “camminato” – fin qui per averli! Non voglio passare un altro secondo in mezzo alla gentaglia di questa brutta città! Per mille sardine!”Il ciabattino, visibilmente sconvolto, cercò velocemente un paio di stivali di suo gradimento e alla fine il vecchio scorbutico, che poi era un marinaio, scelse proprio me e il mio fratellino: “il Sinistro”. Quando mettemmo piede sulla nave capimmo che il nostro “padrone” era il capitano. Dava ordini a destra e a manca, e con che linguaggio! Diceva cose del tipo “Pulite più in fretta il ponte di coperta, cervelli di gamberetti!” Con il tempo ci abituammo al clima che si respirava sull’imbarcazione, fino a “quella” notte… Si sentivano grida da tutte le parti e il vento fischiava più del solito, a quanto pare era in corso una tempesta coi fiocchi. Il nostro capitano correva e correva ed io ero sempre più bagnato. Il mio bellissimo cuoio era sempre più infradiciato e la suola si stava consumando a forza di calpestare le assi scricchiolanti del ponte della nave. In continuazione giungevano marinai a consultarsi con il capitano che sbraitava: “Per tutti i pesci che ho mangiato stasera, come può esserci un problema anche sotto coperta?” Un vero putiferio, insomma, ma peggiorò, oh, se peggiorò! Poco dopo, infatti, un’onda della velocità delle palle di cannone che il capitano faceva lucidare ogni giorno con uno dei suoi “pulitissimi” stracci si abbatté sulla nave… E contro di me e tutti coloro che erano sopravvissuti al terrificante uragano. La fiancata resse l’urto, ma si inclinò da un lato e fece scivolare me , il mio fratellino ed il capitano nell’acqua salata del mare in tempesta. Era gelida. Il capitano cercava di trovare un appiglio, mentre io e “il Sinistro”, più infreddoliti che mai, venivamo sbattuti qua e là dalle sue robuste gambe. Fortunatamente in quell’istante una mano afferrò il capitano e lo tirò su, ma, nella concitazione, scivolai via dal piede del mio “padrone” e svenni. Rimasi inerte per molte ore, poiché quando ripresi conoscenza era ormai pomeriggio inoltrato. A quel punto mi resi conto che ero solo in un  luogo sconosciuto dove c’erano soltanto sabbia e sassi… e sassi e sabbia! La disperazione mi colse come un grande, enorme soffio di vento gelido. Fu allora che iniziai a pensare a cosa fosse successo al mio fratellino e a quale sarebbe stato il mio futuro. Rimasi per anni semisepolto dalla sabbia, a rimuginare su questi pensieri, sino a quel giorno… quella mattina, in effetti, in cui notai subito che c’era qualcosa di strano, un odore di… di… di uomo! In effetti, qualcuno c’era: un qualcuno che credo voi chiamiate “archeologo”. Penso stesse cercando qualche antico reperto, magari un vaso. Invece trovò me! Mi studiò a lungo: considerò la fattura, il modello, la misura e la qualità del cuoio di cui ero fatto. E dopo avermi portato in un “centro di ricerca specializzato” mi trasferì in un grande edificio chiamato museo, dentro una vetrinetta tutta per me… Non somigliava affatto alla lurida mensola della bottega del ciabattino!Ed è qui che mi trovo adesso a narrare il mio viaggio lungo una vita. Pare che sia molto importante: sul cartellino accanto alla vetrinetta c’è una scritta che recita “Stivale del Capitano Barbanera”… Oh! Ma guarda che ora è… il museo sta per chiudere. Vi ho trattenuti anche troppo. Spero almeno che la mia storia vi sia piaciuta…

 

Viola Maestri – Classe 3C

Scuola Secondaria di primo grado “Puccini” di Firenze

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