Scuola Secondaria di Primo Grado "Puccini" di Firenze

Docente responsabile Paolo Boschi

La fuga – Racconto

Ormai da tempo Socar desiderava cambiare vita. Ma troppo tardi si era accorto che nella sua esistenza qualcosa non andava ed ora non poteva più essere qualcun’altro. La sua fama lo precedeva ovunque andasse. Il suo nome era celebre in tutta la Galassia e il suo aspetto era noto a tutti gli abitanti. Insomma, chi si sarebbe mai scordato un tipo alto blu, con un impermeabile beige, quattro lunghe braccia e un cappello che gli oscurava il volto?
Socar se ne stava da ben tre anni in quella sporca e piccola cella del carcere di massima sicurezza di Atkesjan, arroccato su un alto monte della Luna. E, mentre lui se ne stava seduto solitario sulla sua brandina in legno, la mente di Socar veniva offuscata e tormentata da tutte le sue bravate passate. Uccisioni e contrabbando di armi più che altro. Essendo figlio del grande Maxmillian, non poteva che seguire la strada di suo padre… Ma che la via fosse sbagliata, lo capì molto dopo, quando il padre non era più un mito o un esempio da seguire. È quell’età nella quale allora, e solo allora, capisci gli errori di un genitore.
Ogni tanto Socar guardava fuori dalla piccola finestra. Dalle grate filtrava la leggera luce della grande stella di quel Sistema. Il pianeta Terra sorgeva di fronte a lui: continenti che abbracciavano il mare. Quanto avrebbe voluto essere su un corpo celeste che non fosse la Luna.
Socar era in attesa della guardia, che lo avrebbe condotto al cosidetto “penatoio”. Aveva sentito dire di suoi compagni entrati là dentro e mai usciti. In effetti era già molto improbabile evadere da Atkesjan, immaginatevi da una stanza al suo interno, per di più sotterranea.
Era così avvillito e senza speranze, che gli sembrò perfino di vedere spuntare dal pavimento una testa di un suo vecchio compagno. La testa era come quella di una talpa e sul capo indossava un caschetto con due grossi occhialoni. Il carcere lo aveva fatto impazzire. Socar si stropicciò gli occhi, li sbattè, ma stranamente la testa rimaneva ancora lì davanti.
“Oh, finalmente ti ho trovato, vecchia canaglia! Forza andiamo!” disse la testolina che faceva capolino da un tunnel. Socar, sbalordito, gli toccò la faccia. Era vero!
“Cosa tocchi?” ribattè il tale “Adessso andiamo prima che i lunari ci freddino. Forsza!”
Socar, senza star tanto a pensare o a riflettere seguì il suo amico, Hern. Il tunnel era ripido e buio. Hern aveva in mano solo un piccolo lume e nell’altra Socar gli vide un cucchiaio in rame.
“Hai fatto tutto questo con un cucchiaio?” chiese Socar, mentre i due scendevano sempre di più e la luce della cella era ormai lontana e affievolita.
“Sssì, e per te! Adesso szitto e ssscendi!” rispose Hern, che non era affato un tipo cordiale. Socar se lo ricordava stravagante, ma probabilmente la mensa sgradevole e le scazzottate contro i carcerati gli avevano annebbiato la mente.
I due continuarono a scendere per un bel po’, quasi un’ora. A tratti il tunnel si diramava per il sottosuolo della Luna. Hern aveva fatto visita anche ad altri carcerati.
“Devi sssapere” disse “che ovviamente non sssapevo dove era la tua cella. Ho fatto visssita a molti carcerati, ma per fortuna ho richiuso sempre la buca in tempo. Ah!”
“Ah!” rispose Socar. Così, tanto per riempire il silenzio dopo la breve risata di Hern. E bisognava sempre ridere ad una sua battuta. Era alquanto permaloso e irascibile.
La Luna era più grande di quanto Socar pensasse: dopo sette ore passate a scendere il tunnel, arrivarono dall’altra parte del satellite. Lì il corpo celeste era deserto e c’era solo, a pochi metri dai due, un’atronave vecchia e polverosa. Hern l’aveva presa da una discarica sulla Terra e l’aveva aggiustata. Non prometteva granché, in effetti.
I due salirono e quando Hern mise in moto, la marmitta emise un fumo caldo e puzzolente e il motore ruggì come lo starnuto di un vecchietto. Le ali tremarono, mentre il veicolo prendeva la rincorsa. Le ruote barcollavano sul suolo scosceso, fra piccoli crateri e pietre lunari spaccate da qualche forma di vita antica.
Dopo pochi minuti la nave si levò nella volta oscura, mentre il carcere diventava sempre più piccolo e lontano, anche dalla memoria di Socar.
Ma ad un certo punto le varie oscure torri di Atkesjan, colegate fra loro da ponti stretti e senza parapetto, si illuminarono e il suono dell’allarme era così potente da risuonare nel giro di ben sette chilometri.
Da un garage scavato nella terra, uscirono una dozzina di piccole navicelle, guidate dalle guardie. Iniziarono a sparare piccoli raggi laser arancioni. Per fortuna Hern riusciva a schivarli, nonostante l’aspetto malandato del veicolo.
“Andatevene in malora, lunari!” gridò Hern infuriato, tenendo ben stretto il timone “Presssto Socar, fa’ qualcosa… vai nell’angolo armi. Presssto!”
Socar allora, rabbrividendo, per paura di tornare al fresco, corse verso una torretta sul fianco della nave. Dopodiché si mise a sedere e, premendo un pulsante rosso, lanciò vari razzi che colpirono ed affondarono i loro inseguitori.
“Ah ah! La tua mira non è peggiorata, amico!” gridò ridacchiando Hern. Ma Socar non lo avrebbe voluto fare: il primo passo per cambiare vita era smettere con la violenza. Ed ora la sua paura, un suo sentimento aveva posto fine alla vita di altre persone.
Così, sconsolato, scese dalla torretta e si sedette in un angolo da solo. Si addormentò.
Le vite che aveva strappato in tanti anni le sognò e le anime delle sue vittime lo tormentarono.
“Sssvegliati canaglia!” gridò Hern dopo quasi cionque ore. Socar si destò improvvisamente. La navicella era atterrata. Socar scese e si ritrovò un panorama familiare: Teremburg, la colonia aliena in cui era nato e cresciuto. I grattacieli con gli hangar per le navi si stagliavano altissimi, coperti dalle nuvole giallastre. Le fabbriche emanavano initerrottamente fumi rossi. Il traffico era pazzesco e gli abitanti erano brutti e diffidenti. Nulla era cambiato, insomma.
Hern lo accompagnò fino al vecchio magazzino che, molto tempo addietro, i due usavano come covo per il clan. Lì depositavano oggetti di contrabbando e ostaggi: era lì che custodivano i soldi che incameravano con furti e altri crimini. Socar non voleva più rivedere quel posto, ma era costretto: per ora era l’unico luogo sicuro; i lunari avrebbero ben presto trasmesso la notizia della sua fuga per tutta la Galassia.
Entrato nel deposito, gli sembrò di rivivere i momenti oscuri della sua vita. Vedeva gli spiriti di vittime e ostaggi, le ombre degli oggetti spacciati. Era un luogo macchiato di crudeltà, capitanata da un Socar giovane che non si sarebbe mai pentito dei suoi atti. Non avrebbe mai avuto un rimorso. Ed invece ora il suo animo era spento proprio per l’oppressione da parte di quella sensazione di colpa.
“Quesssta per ora può essere la tua casa” gli disse Hern. “Grazie!” rispose Socar “Ma credo che andrò in una locanda e…”
“No!” Interruppe bruscemente la talpa “Tu rimani qui! Ho rischiato la pelle per farti ussscire e riformare la banda! Perciò rimarrai qui e non creerai altri problemi!”
“Non voglio tornare a far parte della banda!” gridò Socar. Ma Hern non disse nulla. Lo guardava impalato. Poi cadde a terra e Socar vide sgorgare dalla sua schiena un fiume rosso. Dietro Hern si stagliava il famigerato cacciatore di taglie Wedder, una figura alta, dalla mani d’acciaio e il corpo d’ombra. Il suo volto scuro era coperto da una bandana e solo due occhi rossi fiammeggiavano incastonati fra un naso spigoloso.
“Certo che non farai parte della banda!” disse Wedder “Ti riporto al fresco!”
Socar non voleva tornare a Atkesjan. Non voleva però neanche fuggire una seconda volta. Allora si promise che quella sarebbe stata l’ultima azione contro la legge della sua vita. Velocemente infatti estrasse una pistola dal suo impermeabile e iniziò a sparare, parandosi dietro una scatola in legno. Wedder lanciava dardi initerrottamente. Socar allora uscì velocemente dall’uscita posteriore e si ritrovò in un vicolo per poi salire, tramite una ripida scala d’acciaio, sopra un palazzo. Nella pista d’atterraggio sopra il tetto trovò fortunamente una navicella e furtivamente la rubò lasciando definitivamente Teremburg, mentre Wedder gli sparava infuriato.
Dopo poco, Socar si ritrovò nello spazio.
Teremburg era ormai lontana e solo i fumi inquinati che si levavano nella Galassia ne testimoniavano la presenza. In effetti il pianeta su cui sorgeva la città natia di Socar era solitamente ignorato dai viaggiatori.
Socar vagava già da un po’ nello spazio. Solo poche destinazioni potevano dargli un sicuro rifugio. Ma non per molto: Wedder non abbandonava mai le sue “prede”.
Infatti Socar si vide arrivare dietro la piccola astronave oscura del famigerato cacciatore di taglie. Fu così che il fuggitivo accelerò, fino a far uscire lunghe lingue di fuoco dalle marmitte subatomiche.
Wedder, spietato, non abbandonò mai Socar, come se una calamita lo stesse attraendo. Il cacciatore di taglie non era di sicuro noto per la sua stabilità mentale…
Dopo aver attraversato un campo di asteroidi, Socar accelerò verso strane nuvole violacee, a tratti illuminate da folgori bianche e strani bagliori verdi. Le nubi, a forma arrotondata, incutevano tutt’altro che sicurezza. Socar deglutì alla loro vista. D’un tratto si sentì come se stesse affogando in un mare di timore, arrancava quasi non respirando, muovendo il timone della navicella verso le nuvole. Quando fu a soli pochi chilometri dalle oscure e tempestose nubi vide i fulmini balenare nei suoi occhi e il loro fragore rimbombò nella sua testa come suoni ovattati. Rumori strani, anche troppo per essere reali…
Infatti Socar vide improvvisamente tutto diventare sfuocato, per poi sparire. Buio, poi il fuggitivo si ritrovò disteso in una piccola stanzetta polverosa… era ad Atkesjan. Per l’ennesima volta aveva sognato ad occhi aperti e aveva fatto un viaggio nella sua mente. La cella angusta l’aveva portato alla follia.
Si stropicciò gli occhi, poi sentì il lucchetto della porticina aprirsi e così entrò una guardia lunare.
“Forza Socar” disse “ti porto al penatoio. È giunta la tua ora!”

Federico Spagna – Classe 2C
Scuola Secondaria di primo grado “Puccini” di Firenze

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