Loop – Racconto

16 gennaio 2003.
Dopo tanta attesa, quel giorno era arrivato. Io, Rick Husband, capitano dello space shuttle Columbia, avrei solcato l’universo portando a termine la missione STS-107 e sarei rientrato nel nostro pianeta con informazioni di importanza primaria per il futuro della razza umana. Tutto l’equipaggio era già pronto, mancavo solo io. Mentre salivo le scale verso lo shuttle, il direttore della NASA, Lawrence Ekstrom, si avvicinò di corsa.
– Buon viaggio, capitano Husband –

Non sapevo che sarebbe stato più lungo di quel che avevo pensato…

La missione fu tranquilla, si trattava di posizionare un drone su Marte che avrebbe rilevato possibili segni di vita e tornare alla base, dove i dati da lui trasmessi sarebbero stati analizzati. Il rientro era previsto per il 1° aprile. Mancava solo un giorno. Così vicini a casa; eppure così lontani.
Stavamo impostando le coordinate per la Terra quando accadde.
Roger, il tecnico dei motori, ci chiamò dal walkie-talkie. Codice 613. Qualcuno stava male. Arrivati all’ala destra dello shuttle, uno spettacolo raccapricciante si presentò ai nostri occhi. Edward White, astrofisico di fama mondiale, inventore dei motori a ioniocarburio usati attualmente dalla NASA, era disteso per terra in posizione fetale, le sue dita erano strette a pugno tanto forte da far uscire il sangue dai palmi delle mani. Ulteriore sangue gli usciva dal naso, ma la cosa ancora più inquietante era ciò che sussurrava.

– Li devo uccidere mi devo salvare. Li devo uccidere mi devo salvare. Li devo uccidere mi devo salvare –.
Mi avvicinai lentamente e mi inginocchiai davanti al suo corpo.
– Edward, forse è meglio… – ma non feci in tempo a finire la frase che con uno scatto si alzò da terra e strinse le sue mani intorno al mio collo. Con ancora il sangue che fluiva dal naso, iniziò a stringere sempre più forte continuando a sussurrare le solite parole.
Tutto d’un tratto, uno sparo.
La presa si allentò, pian piano ripresi a respirare. Edward White cadde, morto, per terra. Nei suoi occhi aperti sembrava ancora brillare un barlume di follia.
Piccoli sussurri iniziarono a formarsi tra il piccolo equipaggio di tredici persone che avevano assistito al tragico evento. Un uomo con in mano una pistola ancora fumante, prese la parola.
– Dobbiamo analizzare la saliva – disse David Sheppard, il medico di bordo. Si avvicinò al defunto e depose un tampone sulla lingua. Dopodiché si diresse verso la porta, girandosi mi disse: –Capitano, so che ha quasi rischiato la vita, ma la pregherei di raggiungermi in laboratorio, prima possibile –.
E, senza aspettare risposta, se ne andò.
Dopo qualche minuto lo raggiunsi in laboratorio; era chinato sul microscopio ad osservare il campione di saliva. Appena entrai, sentì i miei passi ed alzò la testa.
– Qui si mette male, temo… –
– Che cosa c’è che non va in quella saliva, Doc? –
Dal suo sguardo capivo che c’era più di una cosa che non andava.
– Il signor White ha, o meglio… aveva, dei batteri di anomala formazione. Questi piccoli germi non sembrano proprio di origine terrestre. Hanno attaccato il centro del cervello, compromettendo la vista e innescando una serie di allucinazioni. È per questo che ti ha strangolato – concluse.
– Quindi, avendolo ucciso, abbiamo risolto il problema? – chiesi.
– Sono germi, Rick… –
Ci misi qualche secondo, ma dopo capii.
Era un virus. Un virus che portato sulla Terra avrebbe provocato l’autodistruzione della razza umana, a meno di non trovare una cura prima di tornare a casa. Mi alzai di scattò, impaurito dai miei stessi pensieri.
– Dobbiamo cambiare subito la destinazione! –
Corsi fuori dal laboratorio verso la cabina di pilotaggio. Fortunatamente Guss Grassman era lì.
– Pilota Guss Grassman, dobbiamo invertire subito la rotta – ordinai.
– Non possiamo, le coordinate sono già inserite; e poi, perché dovremmo? –
Con fretta, gli spiegai ciò che io e il medico di bordo avevamo scoperto. Essendo tutti infetti non potevamo sbarcare sulla Terra senza prima essere curati. Nel suo sguardo lessi puro terrore: in teoria i componenti colpiti dal virus erano una bomba a tempo, potevano uccidere gli altri in qualunque momento.
– Mi dispiace capitano, ma la rotta è quella, lo shuttle atterrerà sulla Terra… a meno che… –
– Se esiste una soluzione, lo voglio sapere! –
– C’è una possibilità che io riesca a surriscaldare il nucleo dello shuttle provocando un’esplosione, che però, se venisse innescata troppo vicino alla Terra, ne potrebbe danneggiare l’atmosfera, in modo forse irrimediabile. Inoltre non ci saranno sopravvissuti, è ovvio –.
Per salvare la Terra dovevamo morire.
– Quando dovrà avvenire l’autodistruzione per evitare danni all’atmosfera terrestre? –
– Adesso, capitano –.
Perfetto. Dovevamo morire, e dovevamo farlo adesso.
– Inizia la procedura! –
Mentre Guss armeggiava alla console, guardai il quadrante davanti a me, dove la Terra si faceva sempre più vicina. Così vicini a casa, eppure così lontani. Venni distolto dai miei pensieri da un suono improvviso.
– Cos’è questo rumore? –
– Niente, solo una spia che segnala un attraversamento di una possibile sacca temporale, era uno studio di White che stava tenendo prima di… –
– Basta chiacchierare, sei pronto? –
Il mio tono determinato era tradito dal terrore. Non avrei più rimesso piede sul mio pianeta. O, almeno, così pensavo…
– Tutto pronto capitano –.
– Per la Terra! – urlai a gran voce.
– Per la Terra! – ripeté lui.
Quando Guss azionò l’autodistruzione una luce bianca accecante invase la cabina. Poi, il nulla.

16 gennaio 2003
Dopo tanta attesa, quel giorno era arrivato. Io, Rick Husband, capitano dello space shuttle Columbia, avrei solcato l’universo portando a termine la missione STS-107 e sarei rientrato nel nostro pianeta con informazioni di importanza primaria per il futuro della razza umana. Tutto l’equipaggio era già pronto, mancavo solo io. Mentre salivo le scale verso lo shuttle, il direttore della NASA, Lawrence Ekstrom, si avvicinò di corsa.
– Buon viaggio, capitano Husband! –

Non sapevo che sarebbe stato più lungo di quel che avevo pensato…

Alessia Priori – Classe 1B Liceo Classico “Galileo” di Firenze

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