Racconto di Natale

Era oramai da quattro anni che la mattina del 24 dicembre partivo per andare a casa dei miei genitori, dove avremmo passato il Natale insieme. Eravamo una famiglia ristretta, io, mia sorella e i miei genitori. Questi ultimi si erano separati quando ero piccola, ma stranamente da quando non vivevo più con loro, passavano la notte di Natale insieme.
Le strade di Firenze erano già addobbate, e le luci erano tutte accese. La gente correva a giro per i negozi in cerca degli ultimi regali. Nonostante l’atmosfera fosse del tutto natalizia non riuscivo a cogliere quella gioia che quel periodo mi aveva sempre regalato negli anni addietro.
L’aria fredda mi entrava nei polmoni e quando espiravo il calore non si condensava, tanto sembrava freddo il mio respiro. Presi la solita corriera, che prima del trasferimento usavo tutti i giorni per andare a scuola.
Il cambiamento degli ultimi anni mi aveva destabilizzato; non ero abituata a vedere i miei parenti così poche volte l’anno, infondo sono solo un adolescente. Inoltre il nuovo posto in cui vivevo era freddo e poco ospitale. Non dico che sia male, ma di miei coetanei ce ne sono pochi e le giornate scorrono lente infrangendo le leggi del tempo.
Arrivata nel mio vecchio quartiere riconobbi subito le strade e le case in cui avevo passato 14 anni della mia vita. Passando davanti ai giardini della scuola capii subito chi erano i ragazzi che ammazzavano il tempo sulle vecchie scalinate che introducevano all’entrata dell’istituto. Erano miei vecchi compagni di scuola che spendevano le loro giornate chiacchierando e fumando. Sembravano così cresciuti in questo periodo. Provai a salutarli, ma a quanto pare nessuno mi sentì, anzi non alzarono nemmeno lo sguardo.
Continuai la mia marcia verso casa. Arrivata, aprì la porta con le mie chiavi, che ancora dopo quattro anni conservavo. Stranamente l’allarme non era inserito e in casa non c’era nessuno. Nemmeno il cane venne a salutarmi, rimase nella sua cuccia a sonnecchiare.
Cercai al buio, con il tatto, l’interruttore che avrebbe accesso le luci dell’albero, però invece degli addobbi natalizi si accese normalmente la luce del lampadario. Mi accorsi subito che non era presente nessun tipo di decorazione natalizia. Eppure questa volta ci avevo sperato! Erano già tre anni che né abete né luminarie apparivano nel nostro salotto. Cioè… volevo dire… nel loro salotto.
Aspettai con ansia l’arrivo dei miei, ma a quanto pare mi addormentai, poiché venni svegliata dal rumore assordante dell’allarme.
Mia madre entrò in casa seguita da mia sorella, e con fare per niente delicato posò per terra la busta della spesa. Nessuna delle due mi salutò. Lo sapevo che anche questa volta non mi avrebbero notato. Mi avevano detto che non potevo né parlare né essere sentita, ma non avevo mai smesso di sperare di poter scambiare con loro un’ultima parola.
La cena passò fin troppo veloce e l’ora di tornare a casa si stava avvicinando.
Casa…. se così si può chiamare.
Mi avvicinai all’entrata e mi girai verso la mia famiglia, che seduta sul divano guardava uno dei soliti cinepanettoni.
– Al prossimo anno – sussurrai.

– Numero 245: rientrata –
Perfetto, pensai. Il giorno di Natale era uno dei peggiori. Il lavoro si triplicava, tutti volevano tornare dalle loro famiglie.
– La prego, Signore, devo vedere mia moglie –
– Mia figlia! Mia figlia! Oramai deve essere così grande –
Tutti a pensare ai propri problemi, alle proprie famiglie. Nessuno pensava che qui tutto doveva essere controllato! Ogni entrata, ogni uscita. Alla fine delle 24 ore permesse nessuno doveva rimanere fuori. Pensate se no che casino! Una povera anima che vaga da sola sulla Terra senza una casa.
– Anche l’ultimo è entrato! – esclamò sollevato Michelangelo.
– Perfetto, perfetto – ripetei. Anche questa giornata era finita. E adesso fino ad Halloween, tutto sarebbe filato liscio, qui nei piani alti.
Alessia Priori – Classe 1B

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