Liceo Classico "Galileo" di Firenze

Docente responsabile Paolo Boschi

Sonne – Racconto

La strada continuava lunga davanti a me. Avevo sempre amato viaggiare, esplorare il mondo. Mi piaceva farlo a piedi, camminando piano, per ammirare ogni singola, minuscola cosa che trovassi sul mio cammino. Avevo iniziato quel viaggio da circa tre settimane; avevo girato tutto il mondo, ed ora mi trovavo su quella lunghissima strada. Per quanto andassi avanti, essa sembrava non finire mai. La cosa strana era che, se qualcuno mi avesse chiesto cosa io avessi visto su quella strada, non avrei saputo cosa rispondere: c’era troppo da guardare. Al suo inizio correva lungo la costa dove le onde del mare, infrangendosi, mi avevano schizzato le guance e i vestiti, che il vento pungente rendeva gelidi, ma allo stesso tempo amabili. Poi la strada continuava, insinuandosi per grandi prati, dove animali di ogni genere correvano liberi. Io camminavo, gli animali si giravano a guardarmi, alcuni con espressioni curiose, altri apparivano visibilmente spaventati. So che può sembrare una cosa inusuale, un vaneggio, ma è tutto vero. Quella strada aveva un non so che di speciale. Ricordo nitidamente il momento in cui dai campi cominciai a scorgere il profilo della città. Una strana angoscia si impadronì di me, le gambe iniziarono a tremare, la sensazione era stranissima. Mi sforzai e continuai ad avanzare, piano piano. Man mano che mi avvicinavo mi accorsi che la città non era un vero e proprio centro abitato: ci saranno state sì e no cinque case, divise in due gruppi, uno da due e uno da tre, disposti ai lati opposti della strada. Davanti ad ogni casa c’era una persona, seduta o in piedi, ognuna davanti alla porta della propria abitazione. La loro vista mi agitava, ma sapevo di dover continuare ad andare avanti, dovevo continuare a viaggiare… Sì, a viaggiare, per poi, alla fine, tornare a casa mia. Mi fermai poco prima dell’inizio delle file di case, guardai il cielo e ripensai ai luoghi che avevo precedentemente visitato: Parigi, dove avevo camminato sugli Champs-Élysées, sentendomi libero come non mai, mi vidi salire sulla Tour Eiffel, ammirare il panorama e sorridere verso l’infinito; rividi londra, ripensai a tutti i goodbye detti senza dar loro un peso, come se fossi dovuto rimanere lì per sempre. Invece me ne ero andato subito, partendo per Berlino, dove avevo conosciuto la musica dei miei sogni, quelle canzoni che mi avevano cambiato la vita. Berlino era la capitale di cui avessi più nostalgia. Ripassai con la mente tutte le città che avevo visitato e a tutta la gente che avevo visto, conosciuto e frequentato; allora perché avevo paura ad attraversare quelle cinque case e a camminare in mezzo a quelle cinque persone? Deglutii a fatica, mi sentivo strano, come se mi avessero svuotato della mia forza vitale; le gambe erano diventate come di marmo e non riuscivo più a camminare, mi sentivo terrorizzato, dannatamente terrorizzato. La persona che si trovava davanti alla casa più vicina a me si voltò a guardarmi, mi sorrise. Era una bambina di meno di dieci anni. “Non aver paura” mi disse, “non vogliamo farti male, vieni avanti. Io sono Luna.”
Mi guardai intorno spaesato, provai a muovere qualche passo. Stavolta le gambe si mossero, e mi portarono sua sponte davanti a quella bambina.
“Michael” mormorai allungando la mano, lei sorrise.
“So chi sei. Perché però tu non ti ricordi di me? Io sono la figlia dei tuoi vecchi vicini di casa, come fai a non ricordarti?” ero confuso.
“Ehm… veramente io… no, non ricordo…” confessai dispiaciuto, mentre il suo faccino si contraeva in una smorfia di tristezza, tornando a sorridermi un attimo dopo.
“Non mi stupisco più di tanto, Michael… Ricordati però che noi non moriremo mai, il senso è tutto qua.”
Annuii confuso, cosa significava quella frase? Non saprei dire per quanto mi persi nei miei pensieri, appena recuperata la cognizione del tempo, avrei voluto farle delle domande, ma Luna era già rientrata in casa.
Una voce chiamò il mio nome, mi voltai e vidi, davanti alla casa opposta, un bambino che mi faceva cenno di avvicinarmi a lui, cosa che feci. “Ciao, io sono Andrea, tu sei Michael. Come ti senti?”
“Bene” risposi, “come fai a sapere il mio nome?”
“Io so molte cose su di te, ma veramente tante… ma ora non importa chi sono, ascoltami bene: devi sorpassare tutti quelli che si sono fatti prendere dalla disperazione” disse, sorridendomi. “Adesso ti saluto, a presto” si voltò e rientrò in casa, lasciandomi là fuori, sempre più confuso.
Continuai a camminare, percorsi relativamente in fretta i cinquanta metri che separavano le case dei due bambini da quelle accanto. Una volta arrivato, mi voltai verso la casetta di destra, davanti alla quale stava in piedi una ragazza intorno ai dodici o tredici anni, mi avvicinai.
“Michael! Quanto tempo!” disse mentre mi correva incontro e mi abbracciava.
“Chi sei?” chiesi.
“Serena, non ricordi? Eravamo insieme all’asilo” mi disse con visibile eccitazione.
Arrossii, purtroppo non ricordavo niente.
“Già, è vero, non puoi ricordarmi… non voglio trattenerti troppo, Michael. Però sappi che la vita è questa. Nulla è facile, tutto è difficile, ma niente è impossibile” sorrise e si voltò.
“SERENA” gridai “CHE INTENDI?”
Ma lei non si voltò, si limitò ad aprire la porta e ad entrare nella casa.
“Se non capisci, non hai bisogno di gridare. Dai, Michael, datti una calmata!” mi sentii dire da una voce alle mie spalle.
Mi voltai lentamente e chiesi: “E tu chi saresti, ora?”
“Nicholas, tu non capisci, vero?”
“No” ammisi.
“Credo sia normale” mi disse, “vai avanti. Forse adesso capirai. Alla prossima” mi salutò, io lo salutai a mia volta.
Volsi nuovamente lo sguardo verso la strada, adesso sembrava molto più corta di quando l’avevo iniziata, guardai l’ultima casa che ancora non avevo visitato, davanti c’era un ragazzo seduto su una sedia, mi avvicinai, lui non si mosse. “Ciao” mi azzardai a dire, “Chi sei?”
“Kostas” rispose lui.
Non sapevo come replicare, lo guardai negli occhi, lui sorrise. “Die Sonne scheint mir aus den Augen, sie wird heut Nacht nicht untergehen, und die Welt zählt laut bis zehen.” mormorò. Per poco non svenni, “S-Sonne” mormorai. Ero sbalordito, era una canzone quasi sconosciuta.
“Già, la conosco… Tu sai come continua?” mi chiese.
“Sì” risposi.
“Voltati verso l’orizzonte e cantala, ci vediamo”.
Rientrò in casa, io mi voltai e gridai: “Eins, hier kommt die Sonne…”
Una fortissima luce si levò davanti a me, era come vedere il Sole che sorgeva, tutte le persone con cui avevo parlato mi tornarono alla mente, finalmente anche tutte le frasi che mi avevano detto avevano trovato un senso, quello era il mio destino. Fissai l’intensa luce.
“Vostro figlio ha aperto gli occhi” sentii dire, “Ma non posso garantirvi se riuscirà ad arrivare a domani.” Ricordo la luce accecante del neon dell’ospedale, il sapore amaro delle lacrime dei miei genitori sul volto e le parole del medico. Ricordo tutto come se fosse ieri: sono morto alle 23:59 del 21 giugno, senza riuscire ad arrivare al famoso domani.

Laura Cappelli – Classe 2B Liceo Classico “Galileo” di Firenze

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