Una panchina per due – Racconto di Natale

Lungo il viale alberato di fronte a Central Park nell’Upper East Side, la sera della vigilia di Natale coppie di amici, fidanzatini, allegre brigate fanno la loro gentile comparsa, sghignazzando, ridendo, cinguettando, come solo dei Newyorkesi degli anni Cinquanta potrebbero fare. Tra questi appare defilato anche Sam. Ah, dimenticavo di dirvelo. Vi presento Sam: è uno di quegli uomini che i più definirebbero “cartina oleosa” di hot dog, e che i magistrati di oggi invece chiamerebbero orgogliosamente “avanzo di galera”. Ebbene, Sam non ha niente a che vedere né con gli hot dog, né con le galere, ve lo posso assicurare. Lui è semplicemente uno che non ha casa, non ha famiglia, non ha piscina, non ha donne. E se ne infischia bellamente di tutto ciò. Ma aspettate, perché il resto ve lo dirà lui. Stavamo dunque dicendo che in mezzo a tutta questa gente c’è anche Sam. Ma le ore passano in fretta e, scoccata la mezzanotte, i figli dei puritani più in voga del paese se la danno a gambe. Così Sam rimane solo, di nuovo. Non che gli dispiaccia. Per passare le interminabili ore della giornata adora osservare le case di fronte. Ne ammira il più delle volte una molto graziosa, da cui sente sempre però provenire un gran chiasso: un concentrato di insulti e parolacce a raffica Proprio quella sera ode sbattere la porta e vede uscire un uomo sulla quarantina, con una valigetta e un cappello sgualcito in testa che una folata di vento riesce prontamente a spazzargli via di capo spingendolo a imprecare brutalmente. Siamo ormai a dicembre. L’uomo appare sconsolato, attraversa il viale tirando calci violentissimi e alquanto nevrotici alle lattine per la strada e, dopo essersi guardato intorno, osserva attentamente la panchina su cui sta seduto Sam e ci si poggia deciso, quasi sull’orlo di una crisi di nervi.
“Ladulaladuladuladudulalaladua…” Sam comincia a canticchiare un motivetto a caso, non sapendo in che altro modo rompere il ghiaccio. Passano i minuti e niente. “Senti, bello, lo vorresti un po’ di whisky?” esordisce elettrizzato ”Ce l’ho avanzato di stamattina. Sembrerebbe a prima vista un po’ scarso ma invece è una vera goduria… vuoi?” “No, grazie” risponde l’uomo, che di nome fa John, laconico. “Cattiva giornata, eh?”
“Già, l’hai detto”
Sam si guarda intorno , non sa come non finire per sembrare troppo invadente. Cerca allora di stare lui un po’ zitto, senza però riuscirci: ciò non rientra nella sua esuberante natura. “Io penso che la vita sia un po’ tutta così, sai?” riprende il discorso interrotto in maniera così inconcludente ”Ti faccio un esempio: vai al bowling, prendi la tua palla nera, la lanci e poi vedi se fai strike o no. C’è chi fa e chi non fa. Io personalmente non lo faccio mai, eppure non me ne cruccio affatto, capisci?” si adopera in tutta la sua goffaggine per accendersi una sigaretta.
“Io invece strike nella vita l’ho fatto” dice John voltandosi per aiutarlo ad accendere la sigaretta “ma di questi tempi sembra che non riesca neanche a tenere in mano una fottuta palla”. Lo guarda perplesso ma anche incuriosito e continua: “Vedi, non so se potermi fidare di uno come te ma – che dire? – mi sento proprio disperato: mia moglie mi ha cacciato di casa, e questo che vedi qui è tutto quello che mi rimane. Abbiamo litigato per l’ennesima volta perché io a volte capito in qualche locale non molto per bene giù nel Greenwich, ma – che diamine! – solo qualche volta! Ecco, lei non riesce più a tollerarlo. E poi, come se non bastasse le ho pure accidentalmente rotto il suo servizio da tè preferito: la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Un delirio”.
“Dunque ti ha cacciato sul serio?” chiede incuriosito Sam ”intendo dire DEFINITIVAMENTE?” “Ma sì, ovvio. Mi ha detto con fare da diva un po’ melodrammatico: ‘Basta, con te la partita è sempre persa, non lo sopporto più. Finiamola qua’ e poi ha concluso ‘Ecco, queste solo le tue cose’, tirandomi in faccia un paio di mutande e un tubetto di dentifricio mezzo strizzato”. “Tu mi sembri proprio un bravo ragazzo. Sai una cosa? Dovresti davvero fare una cernita della tua vita”.
“Cernita? Che cosa intendi?”
“Intendo dire questo: prova a porti una buona volta tanto la fatidica domanda: che cosa voglio da questa benedetta corsa a ostacoli che è la vita? Voglio vivere con un laghetto di cigni a portata di mano, sulle montagne dell’Idaho a coltivare carciofi, per strada, o nell’Upper West Side con la regina dei rimproveri inutili e zero comprensione?”
“Io voglio…”
“Vedi! Tu-stai-esitando! il che significa che non hai una benché minima idea di quello che il tuo cuoricino ti detta. Tu hai bisogno di un mentore, un tipo saldo, non slavato, virile, un po’ bisbetico ma saggio e potente… un po’ come me.”
John sgrana i suoi timidi occhi: “Tu mi credi un disperato ma, Dio, non fino a questo punto!” “E perché no, spiegamelo? Io mi rivedo in te sai. Anche io ero tale e quale a te. Avevo un lavoro, e per scaricare la tensione andavo in qualche locale un po’ equivoco pure io. Poi il mondo mi è crollato addosso. Pesantemente. E ho pure sofferto un botto, sai? I birilli, se ti piace ancora la metafora del bowling , mi sono caduti in testa facendomi in cambio però scoprire per la prima volta il fascino dell’ignoto e soprattutto del vivere come capita, dove capita, con chi capita. La filosofia dei birilli, del colpaccio, del girovago, del wanderer chiamala come diavolo ti pare. Grazie ad essa riesco a guadagnarmi la simpatia (e il cibo) di tutti e poi… dormire per strada per un uomo come me non è così abominevole come sembra”. “Forse hai ragione, anche se rimango dell’idea che nulla paghi il buon vecchio materasso… ma su, raccontami di questa filosofia dei birilli e un po’ anche della tua vita prima del, come lo hai definito tu, “colpaccio”.
Così i due uomini continuano a parlare, stretti nella coperta di plastica di Sam, (piena zeppa di facce stampate di personaggi televisivi), il barbone più simpatico che un quartiere chic come l’Upper abbia mai conosciuto. Parlano , in grande sintonia, fino all’alba. Fino al giorno di Natale.
“Dio, si è fatto tardi, o forse dovrei dire, prestissimo” dice John, ammirando estasiato l’alba e tutto Central park illuminato dai tiepidi raggi del sole. “Oggi è Natale, ma dimmi: per caso hai qualcuno con cui pranzare?”
Sam scuote quasi arrossendo la testa, un po’ imbarazzato. “Sai John” dice guardandolo fisso negli occhi ”penso che quest’alba per noi significhi qualcosa”.
“Penso anche io: l’inizio di una bella amicizia”. Si abbracciano. “Però, diamine, promettimi che butterai quella coperta di plastica: vedo il fondoschiena di Jerry Lewis anche senza occhiali!”
Scoppiano in una fragorosissima e sguaiatissima risata.
Chiara Donati – Classe 4D

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