Liceo Classico "Galileo" di Firenze

Docente responsabile Paolo Boschi

Una pessima ospitalità – Racconto

“Capitano, c’è del cibo?”
“Purtroppo abbiamo finito tutto, dottoressa” dissi con tono rassegnato io, mentre ormai l’ansia si stava mangiando la mia anima. L’unica speranza per continuare il nostro viaggio a bordo della Katharsis era sbarcare su Tarkin III, che distava meno di un migliaio di chilometri dalla nostra posizione ed era, secondo le pochissime notizie a noi note, ricco di tutto il necessario per proseguire il viaggio attraverso quella galassia lontana.
Preparammo in fretta le apparecchiature da sbarco e le tute per respirare, dato che non sapevamo quale atmosfera ci fosse su Tarkin, anche se da lontano pareva che fosse ricco di acqua e di zone verdi, per cui ci saremmo potuti nutrire per poi ripartire carichi di provviste. Entrati nell’orbita tarkiniana fummo colti da una serie di scossoni che la nave riuscì a sopportare senza fatica. Poi, d’un tratto, si accese una spia sulla plancia del mezzo. Imprecai. Lo schermo segnalava un malfunzionamento dei piedini d’atterraggio della navetta. Immediatamente cercai un luogo dove appoggiare il velivolo senza danneggiarlo eccessivamente, altrimenti saremmo stati spacciati. Con delicatezza io e il mio pilota Marèk riuscimmo ad atterrare in uno spiazzo posto sulla cima di un monte. Siccome la nave non si era eccessivamente danneggiata, decisi di scendere a vedere le condizioni della carena spaziale. Mi armai di torcia e tuta, aprii la porta ed ebbi una piacevole sorpresa: difatti il mio palmare mi segnalava che l’atmosfera era ricca di ossigeno e che il casco non era affatto necessario.
“Venite a vedere tutti!” gridai. Un senso di euforia pervase i quindici membri dell’equipaggio, me compreso, alla vista di tutte quelle luci che si potevano vedere dalla cima del monte. Eravamo atterrati inconsapevolmente vicino ad un accampamento di non so quale specie; le loro luminarie risplendevano con le stelle in questo pianeta buio mentre i nostri visi esterrefatti venivano accarezzati dalla brezza montana.
“Signori, dobbiamo andare a vedere cosa c’è là, tassativamente” ordinai. Dunque l’equipaggio si divise: mentre la maggior parte della squadra rimase a riparare il carrello dell’astronave, io, Marèk e la dottoressa Kwa-Kwa, muniti di torce e tute-razzo, ci gettammo nella foresta pungente, che ci teneva svegli coi suoi fruscii provocati da chi sa quale belva. Scendendo lungo una strada sterrata trovammo dei bizzarri rifugi costituiti di mattoni e svariate creature arboree messe in fila in modo piuttosto rigoroso, indice della presenza quasi certa di esseri senzienti. Giungemmo infine presso una serie di strutture affiancate, che erano adagiate sul fianco della montagna da noi scesa. La strada divenne quindi più luminosa e noi fummo sempre più euforici, alla nostra sinistra infatti c’era un palazzo che pareva aperto.
“Che facciamo, entriamo?” chiesi io ai miei due sottoposti.
“Parrebbe un posto dove trovare cibo, io proverei” propose il mio copilota, già con la bava alla bocca.
La porta in acciaio con vetri opacizzati era, come sospettavamo, aperta. Facemmo man bassa di tutto ciò che era presente all’interno di alcune cabine dotate di vetro, attraverso il quale potevamo vedere buste che riportavano immagini di cibi. Fu semplice aprirle, bastò praticare un foro all’interno del vetro e prelevare le buste. Ne aprii una per assaggiarne il contenuto. Era dolce, saporita, mi sentii rinascere ad ogni morso. Avevamo fatto centro.
“Kwa-Kwa, andiamo ad aprire altre macchine del cibo” esclamai tra un morso e l’altro alla dottoressa, che pareva invece piuttosto preoccupata.
“Capitano, è sicuro che non ci sia proprio nessuno?”
Non ebbe neppure il tempo di finire la frase che ci imbattemmo in un bancone, davvero molto capiente, posto all’interno di una sala dalle pareti bianche. C’era una creatura curiosa di là dal bancone, che gracidava in una lingua del tutto incomprensibile. Appena mi vide essa lanciò un urlo angosciante. Si sbarrò ogni finestra e scattò l’allarme.
“E ora come ce ne andiamo?” esclamò Marèk con il terrore cucito nelle sue parole. Arrivarono altre creature dall’aspetto terrificante che ci puntarono addosso dei ferri neri. Ne aggredii uno, che era ruvido e pieno di peli sugli arti, ed esso mi si rivoltò contro. Il ferro quindi esplose un forte botto che stese un’altra di quelle creature. Il mostro che aveva il ferro pareva rammaricato dell’accaduto, mentre l’altra creatura non si rialzava più e il pavimento sotto di lei si tinse di rosso intenso. Seguirono altri botti diretti nella nostra direzione. Prendemmo un corridoio grigio scarsamente illuminato, dove il freddo aleggiava silenzioso e i nostri passi squarciavano la cupa tranquillità. Trovammo rifugio in uno sgabuzzino. Eravamo stanchi, circondati e disperati. Fuori dalla finestra comparvero molte luci blu e altre creature probabilmente armate. Era decisamente l’ora di levare le tende. Ci facemmo coraggio, uscimmo dallo sgabuzzino e raggiungemmo una porta verde. Dietro la porta era presente una scala molto larga, che portava verso il tetto. Al quarto piano però ci aspettavano altri mostri armati ed ostili. Seguì una colluttazione. Sentii un buco in pancia. Mi mancava il fiato. Sentii un saporaccio in bocca. Non avevo più forze….
Il capitano Omisoc cadde con un tonfo a terra. Fu raggiunto alla pancia da uno di quei botti. Trovammo un po’ di riparo dietro ad un armadietto.
“Vattene di qui, Marèk, vattene, porta le provviste alla squadra, io li distraggo, tu esci di qui e scappa… scappa!”
Non ebbi tempo di pensare, di reagire, ché lei si alzò in piedi, uscì dal riparo e direzionò tutto il fuoco nemico su di lei. Io continuai a salire quei dannati gradini fino al tetto, portando con me la borsa delle provviste che pesava come un macigno. Le stelle mi fissavano. Degli ululati elettronici riecheggiavano tra le costruzioni. Alla fine noi volevamo solo un po’ di cibo. Nessuno sarebbe morto. Invece è più facile avere paura e nascondersi dietro ad un ferro. Si accese la tuta-razzo, mi sollevai in volo insieme ai raggi dell’alba e tornai in solitaria all’astronave. I tecnici avevano ultimato in breve tempo le riparazioni al carrello d’atterraggio. Salimmo insieme nell’astronave.
“Marèk, dove sono il capitano e la dottoressa?” era questa la domanda che rimbalzava sulla bocca di tutto l’equipaggio. Tirai fuori dalla borsa le vivande.
“Questo è il loro ultimo regalo per voi” dissi con la voce spezzata. Ci alzammo in volo per abbandonare in fretta questo feroce pianeta.
Erano passati ormai quattro giorni dal disastro di Tarkin, ed io sedevo come sempre in cabina. Improvvisamente entrarono due ricercatori: “Ah capitano Marèk – disse uno di loro – ho trovato un vecchio libro nella stiva, riguardante proprio il pianeta Tarkin III. Quegli esseri viscidi, pelosi e rosa che avete visto si chiamano umani e sono molto ostili con gli stranieri, siete stato molto fortunato a sopravvivere”.
Cosimo Savelli – Classe 4E Liceo Classico “Galileo” di Firenze

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