Informazione in Italia, una vittoria che ha le sembianze di una sconfitta

Il 28 settembre è stata la Giornata mondiale dell’informazione  e torna dunque di attualità il censimento annuale pubblicato da Rsf: l’Italia continua la sua scalata, ma il risultato lascia comunque spazio ad alcune domande

di Elisa Giordano e Federico Manganella

Venticinque: sono queste le posizioni guadagnate nell’ultimo anno dall’Italia, secondo il rapporto di Reporters sans frontieres (Rsf), organizzazione non governativa che si occupa del censimento dati riguardanti la libertà di stampa nel mondo

Passato dal 77° al 52° posto, il nostro Paese si aggiudica una buona posizione, rientrando nel primo quarto della classifica mondiale, pur non soddisfacendo le aspettative dei cittadini. Di fatto, è prerogativa dello Stato garantire una libera espressione delle proprie idee e del proprio pensiero, secondo quanto sancito dai primi due commi dell’articolo 21 della Costituzione. Perché, quindi, l’Italia non svetta fra i primi posti, accanto alla Norvegia e alla Germania?

Sono infatti, secondo quanto riportato, ancora presenti intimidazioni verbali e fisiche, pressioni esercitate da organizzazioni a stampo mafioso, provocazioni e vere e proprie minacce. Eppure, fra i più importanti fattori che impediscono il balzo in avanti dell’Italia, l’Rsf ha indicato il comportamento scorretto di personaggi politici come Beppe Grillo.

Accusato di rivelare l’identità di giornalisti a lui scomodi, il leader del M5S ironizza sul suo blog autoproclamandosi responsabile dell’accaduto, in uno Stato in cui “un ex premier condannato tiene in mano tre televisioni da oltre 20 anni, […] molti giornali nazionali sono amministrati da editori impuri iscritti a partiti politici o, peggio ancora, […] alcuni quotidiani sono persino proprietà diretta di partiti politici”.

Un sistema marcio, quello descritto dall’organizzazione, la quale però non è esente essa stessa da forti critiche. Guardando più da vicino il metodo applicato per la redazione dei censimenti, si scopre a tal proposito come esso sia basato su un numero di giornali scelti a discrezione della Rsf.

Non quindi un risultato attendibile, nel momento in cui non si tiene conto di tutto lo spaccato giornalistico nazionale, ma solamente di alcune frange appositamente scelte.

Per l’Italia resta comunque una conquista dal sapore amaro, a metà fra la sconfitta e la delusione per non aver affermato i principi su cui la Costituzione stessa dice debba fondarsi. Oltre la verità della Rsf, resta quindi la verità propria di ogni italiano: siamo davvero liberi di esprimere la nostra opinione senza che questa venga censurata, oppure la democrazia ha terminato di essere tale?

E se, allora, ci ritroveremo anche noi in questo 52° posto, come siamo arrivati a questo punto?

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