Svalbard, contro la fame nel mondo (e in vista dell’apocalisse)

Nella gelida isola di Spitsbergen, desolato arcipelago delle Svalbard, è in via di completamento la superbanca delle sementi, destinata a contenere i semi di tre milioni di varietà di piante di tutto il mondo. Un progetto con molti interrogativi… e qualche mistero

di Giulia Bompan e Francesco Mastrodascio

Una «banca» scavata nel granito, chiusa da due portelloni a prova di bomba con sensori rivelatori di movimento, speciali bocche di aerazione, muraglie di cemento armato spesse un metro.
La fortificazione sorge presso il minuscolo agglomerato di Longyearbyen, dove ogni estraneo che arrivi è subito notato; del resto, l’isola è quasi deserta.

Essa servirà, fa sapere il governo norvegese titolare dell’arcipelago, a «conservare per il futuro la biodiversità agricola». Per i giornalisti, è «l’arca dell’Apocalisse» prossima ventura.

Il fatto è che il finanziatore principale di questa arca delle sementi è la Fondazione Rockefeller , insieme a Monsanto e Syngenta, la Pioneer Hi-Bred che studia OGM per la multinazionale chimica DuPont; gruppo interessante, a cui s’è recentemente unito Bill Gates, l’uomo più ricco della storia universale.

Questa dà al progetto 30 milioni di dollari l’anno. Ce ne informa l’ottimo William Engdahl che ragiona: quella gente non butta soldi in pure utopie umanitarie. Che futuro si aspettano per creare una banca di sementi del genere? Di banche di sementi ne esistono almeno un migliaio in giro per le università del mondo: che futuro avranno?

La Rockefeller Foundation , ci ricorda Engdahl, è la stessa che negli anni ’70 finanziò con 100 milioni di dollari di allora la prima idea di «rivoluzione agricola genetica». Fu un grande lavoro, che cominciò con la creazione dell’Agricolture Development Council (emanazione della Rockefeller Foundation) e poi dell’International Rice Research Institute (IRRI) nelle Filippine, cui partecipò la Fondazione Ford

Nel 1991 questo centro di studi sul riso si coniugò con il messicano (ma sempre dei Rockefeller) International Maize and Wheat Improvement Center, poi con un centro analogo per l’agricoltura tropicale. Questi infine formarono il CGIAR, Consultative Group on International Agricolture Research

In varie riunioni internazionali di esperti e politici tenuti nel centro conferenze della Rockefeller Foundation a Bellagio, il CGIAR fece in modo di attrarre nel suo gioco la FAO (l’ente ONU per cibo e agricoltura), la Banca Mondiale e lo UN Development Program. La CGIAR invitò, ospitò e istruì generazioni di scienziati agricoli, specie del Terzo Mondo, sulle meraviglie del moderno agribusiness e sulla nascente industria dei semi geneticamente modificati. Questi portarono il verbo nei loro Paesi, costituendo una rete di influenza straordinaria per la penetrazione dell’agribusiness Monsanto.

«Con un oculato effetto-leva dei fondi inizialmente investiti», scrive Engdahl, «negli anni ’70 la Rockefeller Foundation si mise nella posizione di plasmare la politica agricola mondiale. E l’ha plasmata». Tutto nel nome della scientificità umanitaria e di una nuova agricoltura adatta al mercato libero globale.

La genetica è una vecchia fissa dei Rockefeller, fin dagli anni ’30, quando si chiamava «eugenetica» ed era studiata molto nei laboratori tedeschi come ricerca sulla purezza razziale.

La Rockefeller Foundation finanziò generosamente quegli scienziati, molti dei quali dopo la caduta di Hitler furono portati in USA dove continuarono a studiare e sperimentare. La mappatura del gene, la sequenza del genoma umano, l’ingegneria genetica da cui Pannella e i suoi coristi si aspettano mirabolanti cure per i mali dell’uomo – insieme agli OGM brevettati da Monsanto, Syngenta ed altri giganti – sono i risultati di quelle ricerche ed esperimenti

Nel 1946, del resto, Nelson Rockefeller lanciò la parola d’ordine propagandistica «Rivoluzione Verde» dal Messico, un viaggio nel quale lo accompagnava Henry Wallace, che era stato ministro dell’Agricoltura sotto Roosevelt, e si preparava a fondare la già citata Pioneer Hi-Bred Seed Company. Norman Borlaug, l’agro-scienziato acclamato padre della Rivoluzione Verde con un Nobel per la pace, lavorava per i Rockefeller. Lo scopo proclamato: vincere la fame del mondo, in India, in Messico.

 

 

Sono passati 9 anni dalla fine della costruzione dello Svalbard Global Seed Vault – in italiano il deposito globale di sementi delle Svalbard – e questa struttura, situata in un remoto arcipelago artico a circa 1200 km dal Polo Nord, ha la funzione di fornire una rete di sicurezza contro la perdita botanica accidentale del “patrimonio genetico tradizionale” delle sementi.

Il centro si compone di tre sale. Le chiusure hanno porte di acciaio di notevole spessore, e la struttura è costruita in calcestruzzo in modo da resistere ad una eventuale guerra nucleare o ad un incidente aereo. La sua funzione  è quella di fornire una rete di sicurezza e conservazione contro la perdita accidentale del “patrimonio genetico tradizionale”. L’obiettivo dichiarato dell’iniziativa è quello di garantire il completo affidamento fiduciario della maggior parte delle 21 colture più importanti della Terra, quali il riso, il mais, il frumento, le patate, le mele, la manioca, il taro e la noce di cocco con le loro varietà, garantendo così la diversità genetica. In questa banca del seme sono conservati materiali preziosi per il miglioramento genetico e di molte aree della ricerca biologica di base

I mass media hanno invece enfatizzato il ruolo del centro come “rifugio” nel caso di una grande catastrofe regionale o globale, mentre sarà probabilmente più utile nel caso di perdita di materiale genetico, dovuto a maneggiamenti erronei, incidenti, malfunzionamento di macchinari, tagli di fondi e disastri naturali. Questi eventi, infatti, avvengono con una certa regolarità; recentemente, alcuni materiali genetici nazionali sono stati distrutti da eventi bellici o guerre civili. Esistono circa 1400 collezioni di semi diversi da coltura nel mondo ma molte di queste sono a rischio o sono già danneggiate perché si trovano in nazioni politicamente instabili o ad alto rischio ambientale

Ad oggi i numeri del deposito  norvegese fanno impressione: infatti parliamo   di oltre 860 mila varietà di semi, 500 esemplari per ognuna, conservate a 18 gradi sotto zero. Una tomba di ghiaccio per le oltre 1.700 gene bank del mondo. Ed  già nel 2015  c’è stata la prima richiesta da parte del Centro internazionale per la Ricerca agricola in aree asciutte di Aleppo, in Siria (Icarda)

L’importanza di questo deposito si può  riassumere dalle parole dette il giorno dell’inaugurazione dall’ex presidente dell’Unione europea Emanuel Barroso, che era stato chiaro nel definire questo posto «un giardino dell’Eden ibernato, un luogo dove la vita può essere mantenuta in eterno, qualsiasi cosa succeda nel mondo»

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