La mia Odissea. Breve cronaca di un naufragio salvavita

di Beatrice Bellina Liceo Scientifico e delle Scienze Umane O.M. Corbino Siracusa

Un vecchio proverbio dice: “Ogni viaggio lo vivi tre volte: quando lo sogni, quando lo vivi e quando lo ricordi.”. La mia esperienza con l’Erasmus ha avuto sviluppo diverso: prima l’ho vissuta, poi l’ho ricordata e tutt’oggi la sogno. È stato qualcosa di incredibile e fugace, qualcosa che non ho cercato e di cui ignoravo d’avere bisogno e che nonostante tutto è arrivato nel momento giusto, con le persone giuste. Non ho mai creduto nel Destino, ma devo ammettere che la mia avventura di provvidenziale ha avuto parecchio. Tutto è incominciato un lontano giorno di febbraio, quando un’anonima circolare ha informato noi studenti della possibilità di partecipare ad un Erasmus in Grecia. Come a volte accade, però, le date e le informazioni relative alla selezione non erano state ben veicolate e gran parte di noi si è cosi ritrovata a non aver fatto il test perché ignara delle modalità. All’inizio, non me ne sono minimamente preoccupata. L’orizzonte era roseo al pensiero di una splendida gita a Barcellona e davvero poco mi importava di un vago progetto in una vaga località senza nome. Tuttavia, qualche settimana dopo, siamo stati informati dagli insegnanti che la selezione era stata riaperta per dare a tutti la possibilità di partecipare. Evidentemente qualcuno mi aveva sentito sminuire la cosa e mi voleva punire. E lo ha fatto magistralmente, dato che, svolto di malavoglia il test il giorno prima di partire per Barcellona, la notizia che mi ero classificata prima mi ha raggiunto fino in Spagna. Quei giorni sono oscillati incessantemente tra concitate telefonate di mia madre, che mi ripeteva “quanto profondamente formativa sarà quest’esperienza”, e messaggi della mia adorabile prof, che mi inviava emoticon di viaggio, come se la mia conferma fosse scontata e il libero arbitrio una pretesa borghese. Ammetto che farmi desiderare fosse un inconscio appagamento della mia megalomania, ma sotto il sole cocente delle Ramblas non riuscivo a raccogliere la voglia di mettermi a lavorare per un progetto che non era una semplice vacanza, ma molto di più. Alla fine ho detto di sì, ed è stata probabilmente la decisione migliore che io abbia mai preso in diciassette anni di vita. Il progetto a cui io e altri sette fedeli Argonauti abbiamo deciso di partecipare si chiama “Closing the gap in ICT”, un’iniziativa tesa a “ridurre il divario” (letteralmente) tra l’e-learning e il vecchio modo di fare scuola. La nostra missione era quella di insegnare l’italiano, nei suoi principali rudimenti, facendo uso delle correnti tecnologie. Così hanno fatto anche i ragazzi che abbiamo incontrato in Grecia, rispettivamente per il polacco e il lituano. Il fatto, poi, di incontrarci a Tebe, nel cuore della civiltà classica, ha reso l’intero processo al tempo stesso antico e moderno, attualissimo, ma contemporaneamente dal retrogusto sacro e arcaico. Le ore a scuola scorrevano piacevoli e veloci, come mai accade per noi studenti in patria: ci scambiavamo modi di dire e conoscenze di vario genere, rendendo giustizia alla fluidità con cui il Sapere dovrebbe manifestarsi. Studenti e insegnanti partecipavano attivamente a una lezione che, di conseguenza, non era unidirezionale, ma vissuta intensamente da ogni suo singolo partecipante.

A parte questo, però, ciò che con maggior forza mi ha colpito dell’esperienza è stato il lato umano, troppo spesso tralasciato. Conoscere così tanti ragazzi, per molti aspetti vicini e per altri ancora lontani da noi, mi ha colpito e cambiato profondamente. Ha infuso in me un senso di collettività raramente percepito, ma al tempo stesso mai prima di allora mi ero sentita così profondamente individuo. E una sensazione strana da spiegare, come scoprire che riesci ad avere consapevolezza di te stesso solamente quando non sei solo, solamente quando sei tra la gente, nella folla e anziché perderti nel suo caos, ti ritrovi, proprio perché non sei parte di quella confusione. Mi ha trasmesso anche un profondo sentimento di tolleranza, nel percepire acutamente le differenze che, stando insieme, siamo riusciti ad apprezzare come nostre caratteristiche peculiari. Non dimenticherò gli scioglilingua polacchi che a stento riuscivo a pronunciare senza imbrogliare la lingua; né scorderò la sera in cui abbiamo ballato la tarantella nella piazza principale; o quando ci salutavamo con labas rytas, il musicale buongiorno lituano; e ancora quando sul pullman finivamo sempre a cantare Ed Sheeran perché, nonostante la buona volontà, non conoscevamo nessuna delle loro canzoni. Determinante è stato anche la meravigliosa unione che si è formata tra noi italiani, legati da un’affinità elettiva inenarrabile e da un bagaglio di esperienze che non ci abbandona mai, tanto che quando ci riuniamo finiamo sempre per citare qualcosa accaduto in quei sette giorni di fuoco, le vie di Ortigia diventano le polverose strade di Tebe e persino il kebab sembra rievocare il sapore speziato di un souvlaki. Questo è stato l’Erasmus, un viaggio che non ho desiderato ma che ho vissuto, che per tanto tempo ho ricordato e che oggi ancora sogno, perché la memoria sbiadisce e si mescola alle impressioni fugaci e diventa impossibile distinguere realtà e finzione. Questo è stato l’Erasmus, un viaggio degno dell’Odissea, pieno di insidie e difficoltà, intenso e sfidante, lungo e fuggevole insieme, un viaggio intrapreso per sbaglio, quasi per naufragio, ma continuato con ardore e consapevolezza. Un viaggio che, non appena sbarchi in patria, ti fa venire voglia di tornare in mare.

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