Cos’è fare scuola

Storia di un immobile confiscato, ristrutturato e abbandonato, affidato agli alunni del Liceo Scientifico A. Vallone di Galatina.
Confesso: scrivere questo articolo mi riempie d’orgoglio. Lo confesso prima ancora di spiegare di che si tratta, perché queste righe sono la prova di un tangibile cambiamento. Lo confesso perché quando il mio docente di lettere propose alla classe di partecipare a un contest come A Scuola di OpenCoesione, con la pretesa di trasformare una ventina di quindicenni e in cittadini attivi e consapevoli, accettai passivamente: mai avrei immaginato che tale obiettivo sarebbe stato raggiunto pienamente. Avverbio carico di significato quest’ultimo, forse il più adatto a dare il giusto peso alle parole di una ragazza che, dopo anni, si trovava, quasi costretta, a lavorare per la prima vera volta con i suoi compagni, a capire cosa si intendesse davvero per ‘gruppo classe’ e ad apprezzarlo; a farlo davanti a una scrivania sovrastata da una pila di documenti amministrativi, scartoffie – pensavo nei primi giorni – sulle quali erano riportati l’intero andamento dell’erogazione di denaro pubblico e la rendicontazione delle spese per la ristrutturazione e il recupero di un immobile sequestrato alla criminalità organizzata.
La partecipazione al concorso “ A Scuola di OpenCoesione” ha rappresentato il monitoraggio di un progetto finanziato con fondi europei, assieme alla conseguente e piena  comprensione delle dinamiche che regolano le politiche di coesione in Italia; ma non solo.
Da un punto di vista prettamente pratico, ha significato un forte coinvolgimento nella verifica e nella discussione dell’efficacia del meccanismo in base al quale ci viene restituito, sotto forma di beni e servizi, quanto diamo in termini di tasse.
Soprattutto, però, mi ha avvicinato a realtà che, nonostante mi riguardassero da vicino, sentivo distanti, non mie. Suona strano anche solo scriverlo a distanza di un anno: non sentivo mio il territorio sul quale sono nata e cresciuta, le vicende che lo vedevano protagonista non mi riguardavano e se qualcuno mi avesse chiesto quali fossero i miei compiti etici in quanto cittadina non avrei saputo fornirgli risposta alcuna, al massimo avrei balbettato qualche concetto elementare di cittadinanza letto e riletto tra le pagine dei libri di storia o uscito dalla bocca di saccenti adulti, ma che mai trovano riscontro reale.
Credo sia lecito chiedersi e chiedervi quale sia l’autentica educazione civica: lo sterile nozionismo saldo nella nostra tradizione scolastica o le nuove frontiere delle esperienze dirette?
Non meditate neanche sulla domanda appena postavi se pensate che quelle impiegate siano costruzioni e frasi fatte e non corrispondano a ciò che è realmente l’iniziativa descritta; ma leggete in modo critico quest’articolo e traetene del positivo per relazionarvi con quella che è la vostra realtà,  se mi credete quando scrivo che quest’esperienza è divenuta sangue che circola, cardine imprescindibile della mia formazione come persona prima e studentessa poi.
Ritengo doveroso specificare che la scelta dal progetto da monitorare era a nostra completa discrezione: potevamo decidere di occuparci del cementificio di zona, dei vari centri polivalenti presenti sul territorio, degli interventi sull’acquedotto, ma abbiamo optato per un progetto riguardante un bene confiscato. Mentirei se dicessi che tale decisione non è stata influenzata dal docente proponitore della partecipazione, il Virgilio che da sempre ha creduto nella potenzialità dell’iniziativa e nel gruppo lavoro tutto e ha insistito affinché venisse preso in esame il caso studiato in particolare, poiché specchio effettivo della Puglia che io come tutti i miei compagni vivo ogni giorno.
Non è vero che di organizzazioni di stampo mafioso si parla poco, semplicemente non se ne parla nella prospettiva in cui si dovrebbe, si tende ad affrontare la questione nella maniera più silenziosa possibile ed è così che discutere di uno strumento coerente di lotta alla criminalità organizzata veste immediatamente quest’ipotesi di una connotazione chimerica. Non ci si rende conto, io per prima non mi rendevo conto, di quanto recuperare dei locali confiscati e ribaltare totalmente la loro destinazione d’uso possa scuotere la coscienza comune e possa farlo sempre, permanentemente, come permanente è il loro essere lì, imponenti nel ricordare a cosa potessero rappresentare prima e cosa sono ora, rinati grazie a dei fondi pubblici: da segno palpabile della criminalità a testimonianza viva della legalità.
Quanto all’indagine vera e propria, la nostra attività è stata distribuita su un arco temporale di cinque mesi, durante i quali abbiamo verificato scrupolosamente come una spesa di € 785.791,58 fosse stata effettivamente ripartita; il 15 gennaio 2017 ha segnato per noi una svolta: abbiamo scoperto che i lavori di ristrutturazioni si erano conclusi nel 2013 e da allora l’immobile era in uno stato di abbandono.
Evidente dunque l’inefficacia del finanziamento: nessun bando era stato emanato dal Comune di Galatina per la gestione della struttura.
Posso ora riprendere il mio cappello iniziale: sì, sono orgogliosa di scrivere di quest’esperienza perché io e il mio team siamo riusciti a parlarne e, cosa ben più difficile, a farne parlare, sollecitando il Comune all’emanazione di un bando ad evidenza pubblica per i potenziali enti interessati al bene, intervistati da noi in prima persona. Ne sono orgogliosa perché il bando è stato emesso, la struttura è stata affidata a una giovane cooperativa impegnata nel sociale e, tramite il nostro Liceo, abbiamo  presentato una formale richiesta di collaborazione tra l’ente gestore del bene e le scuole del territorio. Ne sono orgogliosa perché l’attività ha compreso l’organizzazione di più eventi pubblici, il montaggio di video e la costruzione di infografiche, l’analisi di tipologie testuali non convenzionali quali i documenti amministrativi o la lettura di grafici reali, che non sono la retta uscente dall’origine degli assi del volume di geometria euclidea, e facendo fronte a tutto ciò ho sviluppato competenze che la didattica comune difficilmente mi avrebbe consentito di conseguire.
Sì, sono orgogliosa di scrivere, raccontare, gridare con tutto il fiato che ho in corpo questa storia perché sento di esserne entrata da semplice studentessa e di esserne uscita da cittadina, di aver maturato consapevolezza cognitiva della mia realtà, e di esserne, oggi, genuinamente fiera.

 

 

di Francesca Durante

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Email this to someone