Giovani in fuga

IVB

In Italia si parla sempre più spesso della cosiddetta << fuga dei cervelli>> ovvero dei giovani che vanno via dal loro paese natale alla ricerca di un futuro migliore partendo con un biglietto di sola andata, lasciando-si alle spalle famiglia, amici, luoghi abituali, per intraprendere un nuovo percorso incerto e sconosciuto.

Ma la domanda fondamentale è: perché? Perché tra i giovani c’è così poca fiducia nelle opportunità che potrebbe offrire l’Italia? 124.000 italiani emigrati nel 2016 non è un dato indifferente, deve farci riflettere. Perché si scelgono gli altri paesi come la Gran Bretagna, la Germania, il Brasile? E non sono solo i giovani ad andare via: sempre più spesso si sente parlare, per esempio, di padri di famiglia che perdono improvvisamente il lavoro e sono costretti a cercarne uno migliore altrove, senza sapere ciò che troveranno, o di giovani non qualificati che non hanno ancora le idee chiare sul loro futuro e non trovano stimoli qui in Italia.

Ma anche altri dati preoccupano: due Italiani su dieci hanno in Italia un impiego di livello inferiore rispetto a quello che il loro titolo di studio potrebbe offrire e sette su dieci sono insoddisfatti del proprio lavoro; e poi, poi c’è il nodo irrisolto della meritocrazia di cui tanto si parla ma che appare una chimera. Sappiamo perfettamente quanto pecchi l’Italia in questo ambito: la raccomandazione è ancora la via più facile per dare stabilità al proprio futuro, ma solo per chi ha gli appoggi giusti.

Quanti casi di test di medicina sabotati, genitori al governo che assicurano ai figli, non competenti, il cosiddetto “posto fisso” oppure favori tra conoscenti.

Questo è senza dubbio uno degli aspetti più drammatici che caratterizza il nostro paese. Se le menti italiane sono ricercate in tutto il mondo per le straordinarie competenze e capacità, perché si permette di farle scappare via diventando così fonte di orgoglio per altri Paesi che danno loro le giuste opportunità? Forse tra le cause principali di questo fenomeno, dell’anomalia italiana, potremmo porre la gerontocrazia. Il potere, in politica, in economia, nell’amministrazione, è nelle mani di una classe dirigente troppo anziana che non con-sente un ricambio generazionale.

E questo ha ricadute anche a livello culturale in un’organizzazione dello studio, del lavoro non strutturata sul confronto articolato tra esperienze e formazioni diverse. Noi giovani, appellandoci al fatto che il lavoro è un diritto di tutti, dovremmo farci portavoce di un possibile cambiamento che ci consenta di rimanere in Italia e di costruire qui il nostro avvenire per il bene stesso di una nazione che ha in sé enormi potenzialità non adeguatamente sfruttate.

 Liceo Scientifico e delle Scienze Umane O.M. Corbino Siracusa

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