L’infanzia rubata: l’Olocausto dei bambini

Il numero delle giovani vittime della Shoah durante la Seconda guerra mondiale fu elevatissimo sia dentro che fuori i campi di concentramento. Si stima che solo un esiguo numero, il 6%, o l’11%, secondo le stime più ottimistiche, del totale dei bambini ebrei presenti in Europa nel 1939 sopravvisse al nazismo. I bambini furono ovviamente tra i più esposti alle violenze dell’Olocausto. I nazisti sostenevano che l’uccisione dei figli di persone ritenute “indesiderabili” o “pericolose” fosse giustificata dalla loro ideologia, sia quella basata sulla “lotta di razza”, sia quella che considerava l’eliminazione dei nemici una misura preventiva necessaria alla sicurezza. Da un lato, quindi, i tedeschi e i loro collaboratori uccisero i più giovani con queste motivazioni ideologiche; dall’altro ne eliminarono molti come forma di rappresaglia agli attacchi partigiani veri o presunti.

In tutto si calcola che almeno un milione e mezzo di bambini e ragazzi sia stato ucciso dai nazisti e dai loro fiancheggiatori; di queste giovani vittime, più di un milione erano Ebrei, mentre le altre decine di migliaia erano Rom (Zingari), Polacchi e Sovietici che vivevano nelle zone occupate dalla Germania, nonché bambini tedeschi con handicap fisici e/o mentali provenienti dagli Istituti di cura. Le possibilità di sopravvivenza degli adolescenti compresi tra i 13 e i 18 anni, sia Ebrei che non-Ebrei, erano invece maggiori, in quanto potevano essere utilizzati nel lavoro forzato. Il destino dei bambini, Ebrei e non-Ebrei, poteva seguire diverse vie: i bambini venivano uccisi immediatamente al loro arrivo nei campi di sterminio; potevano venir uccisi subito dopo la nascita o mentre si trovavano ancora negli Istituti che li ospitavano; i bambini nati nei ghetti e nei campi potevano sopravvivere quando gli altri prigionieri li nascondevano; i bambini maggiori di 12/13 anni venivano destinati, come già detto, al lavoro forzato o erano usati per esperimenti medici. Medici delle SS, ricercatori o presunti tali usarono i più giovani, in particolare i gemelli, per esperimenti medici nei campi di concentramento, esperimenti che spesso ne causarono la morte. Le autorità dei campi, poi, usarono gli adolescenti, in particolare gli adolescenti Ebrei, per il lavoro forzato; molti di loro morirono a causa delle condizioni in cui tali lavori venivano svolti. Le autorità tedesche confinarono anche altri bambini nei campi di transito, costringendoli a vivere in condizioni spaventose: fu quello che accadde ad Anna Frank e a sua sorella Margot nel campo di Bergen-Belsen. Nei ghetti i bambini ebrei morivano a causa della denutrizione e dell’esposizione alle intemperie, in quanto mancavano sia il vestiario che abitazioni adeguate. Le autorità tedesche rimanevano indifferenti di fronte a queste morti perché consideravano la maggior parte dei ragazzini che viveva nei ghetti come elementi improduttivi e quindi come “inutili bocche da sfamare”. Siccome i bambini erano troppo piccoli per potere essere utilizzati nel lavoro forzato, i tedeschi in genere li selezionavano per primi – insieme agli anziani, ai malati e ai disabili – per essere deportati nei centri di sterminio, o per le fucilazioni di massa che riempivano poi le fosse comuni. Tra il 1938 e il 1940 ebbe luogo l’operazione di salvataggio chiamata “Trasferimento dei Bambini” (Kindertransport), che dalla Germania e dai territori occupati dai nazisti portò in Gran Bretagna migliaia di bambini ebrei profughi e senza genitori. In tutta Europa, inoltre, i non-Ebree nascosero giovani Ebrei e a volte, come nel caso di Anna Frank, anche altri membri delle loro famiglie. In Francia l’intera popolazione di Le-Chambon-sur-Lignon, insieme a molti preti cattolici e al clero, nascosero i bambini ebrei della città dal 1942 al 1944. In Italia e in altri paesi europei, infine, molti bambini sopravvissero perché riuscirono a nascondersi in luoghi diversi.

L’attenzione ai bambini è necessaria per fondare un futuro di diritti e di pace, eppure anche adesso in tutto il mondo l’infanzia è violata, non rispettata, negata. I bambini di oggi saranno le donne e gli uomini del futuro, persone che avranno il compito di creare un universo d’amore, di pace e serenità. Dobbiamo dire con forza no alla violenza, no alla guerra, no al razzismo, perché siamo noi, gli adulti, a dover proporre esempi positivi, ad educare i ragazzi al rispetto del prossimo. Siamo noi che dobbiamo educarli e coltivare la Memoria contro il razzismo, contro la discriminazione e contro l’odio.

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, pochi giorni fa ha nominato Liliana Segre, 87 anni, senatrice a vita per “aver illustrato la Patria con altissimi meriti nel campo sociale”. Quella di Segre è la prima nomina di Mattarella da quando è in carica. Ed è  un segno importante avere un testimone della persecuzione degli ebrei in Parlamento. «Su di me – ha detto Liliana Segre – l’enorme compito di portare nel Senato le voci ormai lontane che rischiano di perdersi nell’oblio».

Noemi Di Segni, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, ha espresso il proprio apprezzamento: “A nome di tutte le comunità ebraiche in Italia, esprimo la nostra commozione per la decisione del presidente Mattarella che risponde esattamente alla profonda esigenza di assicurare che l’istituzione chiamata a legiferare abbia a Memoria quanto avvenuto nel passato e sappia in ogni atto associare al formalismo della legge anche l’intrinseca giustizia e rispondenza ai fondamentali principi etici, in un contesto sempre più preoccupante nel quale l’oblio rischia di divenire legge oltre che fenomeno sociale .

Arrivata ad Auschwitz appena 14enne, Liliana Segre, durante la sua permanenza nel campo, venne impiegata nei lavori forzati in una fabbrica di munizioni. Costretta a sfilare nuda davanti alle SS per la selezione, è sopravvissuta alle più gravi umiliazioni. Riuscì a salvarsi e tornò a Milano nell’agosto 1945. Rimane una dei 25 sopravvissuti dei 776 bambini italiani di età inferiore ai 14 anni che furono deportati a Auschwitz. Nel 1990, dopo 45 anni di silenzio si rese per la prima volta disponibile a partecipare ad alcuni incontri con gli studenti delle scuole di Milano, portando la sua testimonianza di ex deportata. Volevamo dare un ultimo contributo alla giornata della Memoria, riportando qui di seguito una riflessione di Elisa Springer, anche lei sopravvissuta ad Auschwitz, e che conobbe personalmente Anna Frank a Bergen- Belsen. «Oggi più che mai è necessario che i giovani sappiano, capiscano e comprendano: è l’unico modo per sperare che quell’indicibile orrore non si ripeta, è l’unico modo per farci uscire dall’oscurità. E allora, se la mia testimonianza, il mio racconto di sopravvissuta ai campi di sterminio, la mia presenza nel cuore di chi comprende la pietà, serve a far crescere comprensione e amore, anch’io allora, potrò pensare che, nella vita, tutto ciò che è stato assurdo e tremendo, potrà essere servito come riscatto per il sacrificio di tanti innocenti, amore e consolazione verso chi è solo, sarà servito per costruire un mondo migliore senza odio, né barriere. Un mondo in cui, uomini liberi, capaci e non schiavi della propria intolleranza, abbattendo i confini del proprio egoismo avranno restituito, alla vita e a tutti gli altri uomini, il significato della parola Libertà».

Francesco Marmorato

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