Storia di una professoressa e di come è diventata tale.

Abbiamo deciso di intervistare la nostra professoressa di storia, Delia Di Francesco, perchè la sua storia ci appassiona molto e volevamo sapere qualcosa di più sull’esperienza da educatrice vissuta al carcere di Nisida.
D: -Cosa insegnava nel carcere?
R: Tutte le materie, facevo recupero di tutte le materie e in particolare a due ragazze che si preparavano che si preparavano per l’esame di idoneità.
D: L’esperienza vissuta è stata piacevole? La rifarebbe?
R: Da tanti anni insegno nelle case-famiglie e a Nisida, e trovo molto utili e arricchenti queste esperienze. Certo, la rifarei.
D: Qualche episodio o qualche ragazza l’hanno colpita maggiormente?
R: Mi hanno colpita le storie di tutti i ragazzi ma in particolar modo le loro esperienze scolastiche di solito negative che mi hanno però aiutata a migliorare la qualità del mio lavoro nella scuola pubblica.
D: Ha avuto disavventure?
Solo i primi mesi, perchè era tutto nuovo per me
D: Ha insegnato anche in casa-famiglia?
R: Sì, a via Foria presso l’associazione Itaca per 18 anni.
D: Ha conosciuto storie di ragazzi che l’hanno colpita?
R: Sono tutte esperienze molto particolari quelle dei ragazzi, sono storie che non siamo abituati a sentire nella vita quotidiana, i ragazzi hanno storie che ti coinvolgono molto. Nel carcere è più facile, sono molto interessati a studiare, lo fanno per occupare il tempo, mentre in casa-famiglia ho lavorato molto di più su me stessa, perchè se studiavano ero stata brava, se non studiavano non ero stata brava.Gli facevo capire che era bello studiare e quando iniziavano a vedere risultati a scuola si appassionarono molto di più aspettandomi con ansia il pomeriggio. Mi hanno insegnato a lavorare bene a scuola.
D: La sua esperienza da educatrice di ragazzi problematici ha inciso sulla sua vita?
R: Un po le storie dei ragazzi te le porti dietro, se hai ascolato una brutta storia pensi a quanto siano fortunati i tuoi figli, la tua famiglia…
D: I ragazzi del carcere erano studiosi? Parlavano mai delle loro famiglie?
R: Le ragazze che ho seguito erano molto studiose. Non può un’insegnante coinvolgere la vita con lo studio, nè loro volevano parlare della loro storia, nè io volevo chiedere. Non so nulla di quello, mentre in casa-famiglia era più semplice. Sicuramente le due cose devono essere separate. Ero lì con un obiettivo preciso: farli studiare.
D: Le sembravano ragazzi tristi? Erano pentiti di ciò che avevano fatto?
R: In carcere si respirava un clima molto teso. Mi hanno dato la sensazione di provare ancora rabbia e di non voler stare in quel posto. Mentre in casa-famiglia i ragazzi dopo i primi mesi si inserirono bene e parteciparono a tutte le attività che la casa-famiglia proponeva.
D: Avrebbero voluto una seconda possibilità?
R: Credo che tutti dovrebbero avere una seconda possibilità, che avranno nel momento in cui usciranno dal carcere. Se ascolteranno tutti i consigli che gli hanno dato sono sicura che non ripeteranno più ciò che hanno fatto.
D: Quali erano le regole nella sua scuola?
R: Le regole delle due strutture sono diverse. Le ragazze del carcere sono sottoposte a regole molto rigide. In casa-famiglia i ragzzi sono liberi, i ragzzi che avevano superato un periodo di prova per un pò di tempo potevano anche uscire.
D: Come mai ha deciso di accogliere il ragazzo della casa-famiglia in casa sua?
R: Decisi di accogliere il ragazzo in casa mia perchè la casa-famiglia improvvisamente chiuse. Lui è del Bangladesh, era l’unico che non aveva una sistemazione…mi sembrava un ragazzo tranquillo e l’ho accolto in casa mia. Oramai è adulto, sta con noi da 6 anni e non mi sono mai pentita di averlo accolto.
E’ un’esperienza che rifarei sempre e che secondo me tutte le professoresse dovrebbero fare perchè ti aiuta a svolgere meglio il tuo lavoro..

Fulvia Muliere

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