L’amore non tollera nessuna forma di violenza

L’amore non tollera nessuna forma di violenza: così scrive nel suo libro “Io ci sono” Lucia Annibali, giovane avvocato di Urbino che il 6 aprile 2013 fu sfregiata con l’acido da due sicari albanesi. Mandante, l’ex fidanzato Luca Varani, avvocato anche lui che con Lucia aveva avuto una tormentata relazione troncata nel 2012. Come avviene in molti episodi di violenza contro le donne, anche in questo caso è stato l’abbandono ad innescare l’istinto di vendetta. Lo schema è purtroppo “classico”: il possesso scambiato per amore, la rabbia che diventa crudeltà fino a sfociare nella terribile aggressione. La storia dell’amore fra Luca e Lucia è il racconto di un legame malato, interrotto e ricucito più volte fino all’addio e dopo l’addio è stato un crescendo di risentimento e persecuzione.

Lucia ha raccontato nel suo libro che più volte ha interrogato i suoi ricordi per riuscire a formulare accuse ben precise e giungere in questo modo ad una condanna non soltanto materiale ma anche morale del suo ex fidanzato e sentirsi finalmente libera. Il messaggio che Lucia intende lanciare alle donne nelle sue innumerevoli interviste e dichiarazioni, è un messaggio di speranza: “Voletevi bene, tanto, tantissimo. Credete in voi stesse e sappiate che ogni atto di violenza subita non dipende mai da voi che amate l’uomo sbagliato ma da lui che lo commette”. Parole che vengono dalla sua fonte speciale di energia ovvero la sua immensa forza di volontà che l’ha aiutata e sostenuta nei mesi bui e dolorosi del suo calvario, segnati prepotentemente anche dal rischio di rimanere cieca e che l’ha condotta con tenacia e determinazione a diventare un punto di riferimento, un’icona per tutte le donne vittime di violenze morali e fisiche.

Intervista:

Ciao Lucia, questi ultimi anni devono essere stati molto difficili. Tantissimi interventi per ricostruire il tuo viso e arginare i problemi di vista e respirazione. Anni di sacrifici e di dolore, ma anche di nuove consapevolezze?  

Sono rinata proprio quella sera dell’aggressione. Attraverso quella sofferenza fisica e quella disperazione ho trovato la forza di staccarmi del tutto dall’uomo che pensavo mi amasse e invece mi odiava. Quando ho scoperto che aveva una compagna dalla quale stava per avere un figlio, l’ho lasciato e lui si è vendicato nel peggiore dei modi. Se mi ha mai scritto per chiedermi perdono? No, lui mi odia, mi voleva morta ma io sono qui a sorridere e a sentirmi ancora bella malgrado tutto.

In merito ai cambiamenti del tuo volto, cosa è stato più complesso affrontare: riconoscersi e ricostruire la propria identità corporea su nuovi lineamenti, o trovarsi nello sguardo degli altri?

Non puoi affrontare gli altri in modo equilibrato se prima non hai raggiunto un equilibrio con la tua nuova immagine. Un’immagine che devi accettare per forza; pur migliorandola il più possibile, comunque delle imperfezioni ci saranno sempre. Io convivo con dei fastidi oggettivi che sento solo io e non so quanto gli altri possano percepirli. È un impegno personale che si ripropone sempre, anche nel contesto lavorativo per esempio. Non è facile, perché senti addosso la fatica fisica e, nonostante questa fatica, devi andare avanti e affrontare la giornata. Ad ogni modo, nel mio caso io ho contribuito attivamente alla ricostruzione fisica del mio corpo, ho progettato e scelto come ricostruirmi e sono diventata un tutt’uno con quella ricostruzione.  Il fuori e il dentro vanno assolutamente all’unisono, anche perché altrimenti sarebbe difficile vivere e riuscire a riproporsi nella società.

Attualmente cosa pensi e cosa provi rispetto al tuo corpo?

Questa ustione coinvolge tutto il corpo perché per riparare il viso ho dovuto utilizzare altre parti del mio corpo, rovinandole. Il fisico viene molto sollecitato dagli interventi e in qualche modo sto cercando di recuperare anche una femminilità. Avere un viso segnato ti rende più vulnerabile. Bisogna trovare persone che siano in grado di accoglierlo e di non farti sentire a disagio. 

Sappiamo che spesso hai incontrato i ragazzi/e delle scuole: cosa ti ha più sorpreso da questi incontri, positivamente e negativamente?

L’incontro con gli studenti è iniziato con la pubblicazione del libro. Sono stata anche nelle università e nelle carceri. Con i ragazzi è stato sempre abbastanza interessante, è un incontro che ti lascia in ogni caso, qualcosa di positivo. Gli studenti mi hanno scritto in diverse occasioni, anche per e-mail, condividendo le loro storie. Quasi sempre, c’è qualcuno che vive anche in famiglia dei rapporti difficili e questi incontri possono essere l’occasione affinché tirino fuori qualcosa di personale.

Per molte donne, soprattutto per quelle che subiscono violenze, sei diventata un simbolo. Ritieni che la volontà della Cassazione a non concedere alcuno sconto di pena possa essere importante anche per chi soffre per mano di un uomo e ha paura di denunciare?  

Sì, sicuramente, purtroppo può capitare di finire in una storia che sembra bella e intensa e poi invece si rivela di “non amore”. Questa vittoria della giustizia è importante per tutti coloro che non si arrendono mai. È una sentenza che suona come una speranza. Lo voglio ribadire a chi soffre: non è mai finita fino a quando non lo decidiamo noi. E se ce l’ho fatta io, possono farcela anche gli altri.

Francesca Di Lauro IV A L.C. Venafro.

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