L’IRAN: TRA CALCIO E IDEALISMO

Lo scorso 3 agosto, Masoud Shojaei e Ehsan Hajsafi, giocatori iraniani del Panionios, sono scesi in campo contro il Maccabi Tel Aviv, nel ritorno del terzo turno preliminare di Europa League. I due giocatori, come di consueto, prima del fischio d’inizio hanno scambiato strette di mano. Tutto sarebbe stato normale, ma questo fatto ha sconvolto l’opinione pubblica in Iran, che non riconosce Israele come Stato e che vieta ad ogni giocatore di affrontare gli israeliani e di stringere loro le mani. Se Hajsafi viene perdonato, previe scuse pubbliche, Shojaei no. Quest’ultimo non accetta tale restrizione e non chiede scusa per ciò, che specie nello sport, dovrebbe essere. Lo stesso si batte peraltro, da anni, in difesa dei diritti umani e dell’uguaglianza. Nel 2009, egli scese in campo con un braccialetto a favore delle proteste antigovernative e, ancora lo scorso anno, durante la festa per la qualificazione per Russia 2018, il presidente iraniano Rouhani chiese a molti giocatori cosa si potesse fare per migliorare il calcio in Iran. La sua risposta fu: «Mia madre non è mai venuta a vedermi in tanti anni: siamo l’unico Paese in cui le donne non possono entrare allo stadio…». Si ragazzi, sembrerebbe tutto assurdo. Corrisponde invece alla realtà dei fatti. Esistono realmente stati che vietano di stringere la mano ad un israeliano e l’ingresso alle donne negli stadi! E ci fermiamo solo alle restrizioni sportive… Da quel momento, il C.T. Queiroz non ha più convocato (potuto convocare) proprio lui, che ha spesso indossato la fascia di capitano; che è stato uno dei principali artefici della qualificazione mondiale; che conta più di 70 presenze in nazionale. Così, da un giorno all’altro, non è più ritenuto un buon calciatore. È una storia sconvolgente, che mette i brividi e che si fa fatica ad accettare. “Scelta tecnica” tuonano dai vertici “dittatoriali” dello stato iraniano.

 

Cristiano Minicucci

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