Le ossa cuntano, e il ricordo tiene viva la speranza

Marzo è ormai diventato il mese della legalità per le molte iniziative che mirano a sensibilizzare tutti i cittadini, e in particolare i giovani, al rispetto delle regole che rendono possibile lo stare insieme in nome di valori quali pace e giustizia. In questi giorni vengono in genere affrontati molti argomenti relativi alla legalità in quanto collegati ad alcune celebrazioni, purtroppo dolorose, come soprattutto la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle Vittime innocenti delle Mafie. tratta la tematica della legalità. Quasi quotidianamente ormai si sentono notizie di uomini che uccidono donne, bambini o altri uomini. Fratelli che ammazzano fratelli, padri, madri oppure amici. E le persone attorno stanno sempre “mute”, in silenzio, ma il silenzio può rivelarsi più pericoloso di una pistola alla tempia, quando diventa “omertà”, quando tutti si spaventano e fingono di non aver visto nulla per non avere problemi con nessuno; esattamente come viene “Cuntato” da Alessio Di Modica (il termine “cuntato” in siciliano vuol dire “raccontato”, tramandato oralmente). Giorno 17 marzo, nell’aula magna della sede del nostro Istituto, il maestro Alessio Di Modica si è esibito portando in scena due racconti che, seppur diversi, sono legati da molte tematiche in comune. La rappresentazione prende il nome di Ossa perché sono proprio le ossa le protagoniste. Egli si presenta, come detto in precedenza, nel ruolo di cuntatore e cunta due storie diverse perché lo scopo dell’utilizzare l’arte di raccontare è quello di non far perdere la tradizione del tramandare oralmente le storie delle origini di una località. La prima vicenda è un racconto popolare divulgatosi fra i contadini del territorio siculo. Un re, che aveva costruito un regno vasto e bello, ricco di felicità e serenità, stava iniziando a diventare cieco. Non avrebbe più visto il regno e questo sarebbe caduto in disgrazia. I medici di tutto il mondo provarono a curarlo ma non trovarono soluzioni. Solo ad uno venne in mente di far curare il re dalla “za Santa”, un’anziana che conosceva molti rimedi. Arrivata al palazzo, dopo aver visitato il sovrano, indicò quale unica soluzione quella di andare a prendere la penna colorata dell’uccello di “Hoo”. Per arrivarci però bisognava affrontare un lungo viaggio: passare per la montagna morsa dal diavolo, camminare senza sostare all’osteria dei malavitosi ed attraversare il bosco muto. Il sovrano affidò il compito ai suoi due figli: chi avrebbe riportato la piuma sarebbe diventato l’erede al trono. Così i due si misero in viaggio: il fratello maggiore, scontento e preoccupato della possibile vittoria del più piccolo, per tutto il tragitto si lamentò e si fermò in un’osteria dove sarebbe stato meglio non entrare. Il minore invece proseguì da solo il cammino in preda allo sconforto. Attraversò il bosco dove tutto era fermo e muto così che non si sentivano nemmeno i suoi passi e poi, quando le speranze sembravano perse del tutto, il ragazzo intravide l’uccello colorato. In preda alla gioia ma anche alla paura, si avventò contro di lui e riuscì a strappargli una penna. Ripreso quindi con sé il fratello, si incamminarono sulla via del ritorno, ma questi, preso dalla paura di non poter governare, uccise con un sasso il fratello, prese la piuma e tornò al palazzo. Za Santa così grazie alla piuma riuscì a guarire il padre. Anni dopo, un pastorello, recatosi alla fonte per abbeverare il bestiame, scoprì un osso e ne fece un flauto ma non appena iniziò a suonarlo, l’osso cantò di come il fratello traditore avesse ucciso. Il pastore sconvolto portò il flauto a palazzo e quando lo suonò l’assassino, si scoprì l’orrendo crimine. Il fratello maggiore fu cacciato e il minore fu dichiarato eroe del regno e in suo onore si organizzarono molte feste. Questa storia ha molte convergenze con la storia di Placido Rizzotto, 35esima vittima della mafia, ucciso perché ideatore di un nuovo movimento che permetteva ai contadini di non essere più schiavi di padroni. Venne ucciso una sera fra il silenzio delle strade. Le persone “mute”. Nessuno fiatava, nessuno sentiva. Tranne un povero ragazzo: Giuseppe Letizia, ucciso dal mafioso Navarra, per aver assistito all’uccisione di Rizzotto, e “infoibato” per farne sparire le tracce. Ma nel 2012 le ossa vennero rinvenute e grazie all’esame del DNA cuntarono quanto accaduto. Nemmeno la mafia può mettere a tacere ciò che appartiene all’uomo, ciò che ha di più profondo. Ciò che rimane a distanza di millenni sono le ossa. Bisogna sempre ricordare coloro che morirono battendosi contro un mostro chiamato mafia, perché di una persona si può annientare la presenza, ma finché le ossa cuntano e il ricordo rimane vivo, quella persona rimane viva. “La Giustizia no! Non è solo un’illusione” (Fabrizio Moro, Pensa).

Fortuna Giordana IIIG