Intervista

Interivistatore: Floriana Garuti

Intervistato: Simonetta Garuti

Titolo: La vita in comunità

-Ciao Simonetta quanti anni hai?

Ho 20 anni.

-Dove vivi?

Vivo in una comunità residenziale psichiatrica.

-Com’è strutturata la giornata?

La giornata non ha una struttura ben precisa, apparte alcuni laboratori condivisi e alcuni gruppi terapeutici. È compito del ragazzo organizzarsi le attività da svolgere durante la settimana.

C’è chi va in palestra, c’è chi va in biblioteca, chi a scuola…

Io lavoro al MC Donald’sdi Termini.

L’importante è partecipare a tutti i gruppi terapeutici che si svolgono principalmente il pomeriggio dopo pranzo con i nostri dottori.

La sera ci ritroviamo tutti quanti insieme a cena in un ambiente cordiale, scherzoso, quasi famigliare. Guardiamo la televisione insieme agli infermieri e ai ragazzi oppure giochiamo ai giochi da tavolo.

-Quanti ragazzi siete e di che etá?

Siamo tutti ragazzi dai 18 ai 25 anni.

-Avete tutti lo stesso tipo di “disturbo”?

-Qual è l’obiettivo della comunità?

No assolutamente no. Ognuno ha il proprio. Si va dagli ex tossicodipendenti, ai disturbi alimentari, ai bipolari. È comunque una comunitá estensiva cioè di persone che stanno relativamente bene e che presto saranno reinserite nella società.

-Da quanto tempo fai parte di questa comunitá e per quanto tempo pensi che ne farai ancora parte?

Sono in questa comunità da piú di un anno e penso che ne uscirò non appena starò perfettamente bene.”

-Come ti trovi in comunitá? Ci sono regole particolari?

La comunita è a volte una prigione però se vuoi stare bene ci devi stare.

È una prigione perché non hai più i tuoi spazi, gli infermieri ti possono entrare in stanza a controllarti in qualsiasi momento, ti tolgono le lamette, le pinzette, non ti puoi fare la doccia quando ti pare perché devi chiedere l’asciugacapelli. Non puoi neanche bere una birra perché c’è sempre il rischio che ti facciano le analisi dato che prendi una terapia farmacologica.

I tuoi amici abitano dall’altra parte di Roma e non puoi mai vederli perché hai il “coprifuoco”alle 23:00.”

-Hai detto solo cose negative. Ci sono cose positive?

-“Si ci sono e sono molte di più di quelle negative: ho instaurato un rapporto ottimo con quasi tutti gli operatori. Mi sento un pó a casa lí. Spesso la sera quando torno da lavoro mi accolgono come una figlia. Mi chiamano “impiccetta” perché so sempre i fatti di tutti e se una cosa non la sa un medico la vengono a sapere prima da me. Con i ragazzi si è instaurato un rapporto fraterno. Parliamo di tutto e ci sosteniamo a vicenda. Scherziamo spesso e condividiamo insieme momenti della vita.

A volte è duro stare in comunità ma devo riconoscere che grazie a loro sto decisamente meglio.”

di Floriana Garuti