Integrazione

Col termine integrazione si intende l’inclusione delle diverse identità in un unico contesto all’interno del quale non sia presente alcuna discriminazione e nel quale venga praticata la comunicazione interculturale, dovrebbe fondarsi sull’acquisizione da parte dei soggetti delle quattro categorie di tolleranza, ascolto attivo, empatia e cura. 
L’integrazione è il processo attraverso il quale il sistema acquista e conserva un’unità strutturale e funzionale, pur mantenendo la differenziazione degli elementi. L’integrazione è anche il prodotto di tale processo, in termini di mantenimento dell’equilibrio interno del sistema, della cooperazione sociale, del coordinamento tra i ruoli e le istituzioni.

Il concetto di integrazione può abbracciare ambiti assai diversi. Si parla, a seconda dei casi, di integrazione territoriale, nazionale, politica, sociale, economica, culturale, ecc.

Il concetto di integrazione presuppone (a seconda dei modelli utilizzati) l’esistenza di diversità e differenze da:

a) far convivere dentro un modello comune pluralista che tenga conto di esse,

b) far assimilare ad un modello unico e predeterminato,

c) ridurre progressivamente (in termini quantitativi e qualitativi) per permettere a tutti i soggetti lo sviluppo equilibrato dentro un contesto comune.

L’integrazione, in questo contesto, può essere:

a) biunivoca (processo di adattamento reciproco nella costruzione di uno spazio comune), oppure:

b) univoca, nel caso in cui vi sia un modello (realtà sociale e culturale, ordinamento, ecc.) di riferimento al quale adattarsi attraverso l’adozione dei valori maggioritari. Il primo è un modello di tipo pluralista (unità nella diversità), il secondo è di tipo assimilazionista.

Il concetto di integrazione è molto utilizzato in campo politico e istituzionale. Il caso della formazione della Comunità e dell’Unione Europea è un esempio della realizzazione di diversi tipi di integrazione: economico-monetaria, legislativa ed istituzionale (politica), territoriale e anche sociale e culturale. Ed è anche un esempio di “integrazione dei diritti”. Infatti, il varo nel 2000 della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea –al di là del dibattito ancora in corso sul suo carattere giuridicamente vincolante per i paesi dell’Unione- è il risultato di un processo di integrazione e di riconoscimento comune della varietà dei diritti politici, civili, sociali esistenti nelle rispettive legislazioni nazionali.

Nelle società occidentali –ma non solo in queste- il tema dell’integrazione sociale viene declinato sempre di più con la gestione del fenomeno migratorio che introduce nelle società di accoglienza un complesso di diversità e differenze notevoli: religiose, culturali, di abitudini e costumi, di visioni sociali, ecc. che possono provocare tensioni e conflitti. L’assenza di una reale integrazione può provocare nelle società fenomeni di discriminazione e di emarginazione, di violazione dei diritti umani e di diseguaglianza. I paesi di immigrazione che hanno portato avanti politiche di integrazione hanno adottato vari modelli: da quello assimilazionista francese a quello più pluralista e differenziato di vari paesi europei (Italia, Spagna, ecc.), dal melting pot americano alla sua estremizzazione ghettizzante (Gran Bretagna) che tende a dividere la società per gruppi etnici. Si tratta di un tema che interessa sempre di più l’Europa e i paesi più sviluppati (in quanto destinatari privilegiati dei flussi migratori), ma anche molti paesi in via di sviluppo, dove povertà tensioni sociali possono alimentare difficoltà di integrazione tra differenze etniche, sociali e culturali.

Il principio di integrazione richiama la necessità di politiche positive, fondate su pratiche e iniziative concrete. Va ricordato in questo contesto la definizione che la Commissione Europea ha dato del principio di integrazione: “ un processo biunivoco che coinvolge la società d’accoglienza e i cittadini di paesi terzi legalmente soggiornanti e che –nella consapevolezza reciproca di obblighi e diritti di ambo le parti– conduce al riconoscimento da parte della società ospitante dei diritti formali che conducono alla piena partecipazione alla vita sociale, economica, culturale e civile della società d’accoglienza senza che questi debba rinunciare alla propria identità” Anche l’Italia, con l’approvazione del testo unico sull’immigrazione (D.lgs 286/98) ha dato, nella relazione programmatica che accompagnava la legge, la sua versione, definendo l’integrazione “un processo di non discriminazione e di inclusione delle differenze, quindi di contaminazione e di sperimentazione di nuove forme di rapporti e comportamenti, nel costante e quotidiano tentativo di tenere insieme principi universali e particolarismi. Essa dovrebbe quindi prevenire situazioni di emarginazione, di frammentazione e ghettizzazione, che minacciano l’equilibrio e la coesione sociale, e affermare principi universali come il valore della vita umana, della dignità della persona, il riconoscimento della libertà femminile, la valorizzazione e la tutela dell’infanzia, sui quali non si possono concedere deroghe, neppure in nome della differenza”. Questa ultima notazione riporta alla memoria diversi casi, non tanto e non solo in Italia, ma soprattutto in Francia che riguardano ad esempio l’uso del velo per le donne musulmane a scuola o nella riproduzione dei volti per i documenti di riconoscimento. Ma, ovviamente, potrebbe riguardare anche altri casi, soprattutto rispetto al rapporto tra i generi ed in particolare del trattamento della donna. Quello che in una nozione positiva di integrazione dovrebbe essere presente è la salvaguardia di un principio di integrità della comunità (senza il quale la resistenza all’integrazione assume il carattere dell’opposizione e dello scontro) e dell’interazione positiva tra le differenze (in cui i soggetti, le culture, ecc. si modificano nella relazione), in modo da mantenere un soddisfacente equilibrio tra particolarismo e universalismo, tra diversità e unità. Il set di indicatori di una buona integrazione, in questo contesto è dato dall’analisi del contesto sociale e dalle politiche positive e dalle pratiche concrete.

Se queste ultime sono date dall’effettivo inserimento e dalla piena realizzazione nel contesto scolastico e lavorativo, le prime attengono alla trasformazione delle caratteristiche demografiche, sociali e territoriali e dalle relazioni con le comunità d’origine e quelle d’accoglienza. Essendo il modello di integrazione più efficace e sostenibile quello dalla caratteristica biunivoca, esso si riscontra solo in un approccio dinamico ed in un equilibrio dialettico delle relazioni sociali, economiche, politiche e culturali.

 

Benedetta De Prisco