Uno strano luccichio per il detective Bennet

Era arrivato da poco il freddo di gennaio, quando il signor Anderson se ne stava seduto con un buon bicchiere di whisky sulla poltrona di velluto rosso con intarsi di oro zecchino, come un vero e proprio re.

Immerso nei suoi pensieri si chiedeva che cosa potesse desiderare di più dalla vita. Aveva tutto: l’amore di due figli, il sorriso di una bellissima moglie, una bella casa, domestici servizievoli, n conto in banca consistente ed infine una cantina ben fornita dei vini più pregiati.

A causa di ciò era molto invidiato, ma anche questo era per lui motivo di vanto e non si curava del giudizio altrui.

Il suo sguardo era proiettato fuori mentre osservava gli alberi a causa della neve, quando vide il riflesso di una figura nella camera, un’ombra.

Diede la colpa all’alcool, pensando che l’immagine fosse il frutto della sua immaginazione. Ma si sbagliava di grosso

 

Lo squillo incessante del telefono interruppe i sogni del detective Bennet, che si alzò di malavoglia, raggiungendo in pochi passi l’apparecchio. Con la voce impastata dal sonno prese la cornetta e la portò all’orecchio, prestando attenzione alla voce dall’altra parte del telefono, una voce che già conosceva. A parlare era il suo amico e collega Josh Sullivan, che annunciava un nuovo caso da risolvere.

Chiuse la chiamata al telefono e si avviò in bagno. Guardò la sua figura allo specchio, i suoi occhi azzurri erano contornati da occhiaie profonde, segno evidente delle tante ore di lavoro e poche di sonno, sciacquò il viso, passando poi le grandi mani bagnate lungo tutto il petto e sulle braccia.

Uscito dal bagno raggiunse l’armadio e prese i primi vestiti che gli capitavano sottomano, si vestì di fretta e, prima di chiudersi la porta alle spalle, prese dall’appendiabiti il suo immancabile trench di colore beige.

Un nuovo caso lo stava aspettando

Arrivato sulla cena del crimine, venne  accolto dall’amico-collega che già lo aspettava da qualche minuto. Non ebbero nemmeno il tempo di salutarsi, che il pianto di una donna attirò la loro attenzione. Si affrettarono a raggiungerla  e, come il detective Bennet aveva intuito, era la moglie della vittima, che li fece accomodare all’interno della casa.
Bennet non perse tempo e si fece accompagnare dalla padrona di  casa sulla scena del delitto.
La scena che gli si presentò davanti agli occhi era, a parer suo, più raccapricciante del solito: il corpo senza vita del signor Anderson se ne stava ricoperto di sangue sul prezioso tappeto persiano, e vicino a lui stava il suo bicchiere di cristallo preferito, mentre il liquido ambrato era sparso sul pavimento color mogano e rifletteva la luce tenue del lampadario.
La donna, alla vista del corpo senza vita dell’uomo che aveva amato, scoppiò in un altra crisi di pianto. Il dolore di quella donna poteva toccarsi con la punta delle dita.
Bennet, dopo aver esaminato la stanza, seguì la domestica di casa, che gli offrì un tè per smorzare la tensione. Si sedette faccia a faccia con la signora Anderson, prestando due minuti di tolleranza affinchè smettesse di singhiozzare.
Quando Elisabeth si calmò, l’ispettore iniziò con una serie di domande, non troppo scomode, per non turbare l’animo della donna. Insieme al suo aiutante ascoltava ogni parola strozzata che usciva dalla bocca rosea e carnosa della vedova.
-Che cosa ha fatto lei nelle ore precedenti? Era in casa con suo marito? – chiese
-Mi trovavo dal mio fedelissimo acconciatore e dopo a casa di una mia cara amica, a bere un buon tè e a parlare di pettegolezzi, insomma, cose da donne… – fece una breve pausa, sospirando pesantemente – Quando tornai a casa ero insieme alla mia servizievole e ubbidiente domestica, che era uscita per fare la spesa. Avevo lasciato mio marito in poltrona, con un buon alcolico tra le mani, ma quando bussai alla porta non ricevetti alcuna risposta, ma anche senza il suo consenso entrai e trovai la poltrona capovolta e il suo volto pallido a contatto con il gelido pavimento-.
Il detective fece un ultimo giro della grande casa, era perfetta, eccetto che per un guanto incastrato nel grande candelabro dell’ingresso. Era fin troppo familiare quell’oggetto, il guanto era del suo amico fidato, Josh Sullivan, così come non gli sfuggì che Josh quel giorno non portava i suoi guanti. Li aveva sempre portati, e Bennet si chiese perchè proprio quel giorno le mani dell’amico avessero preferito il gelo del grande bosco. E poi,  un altro dettaglio lo lasciava inquieto: la signora aveva dichiarato che al suo ritorno la porta di casa non era chiusa a chiave, e come mai il suo affidabile collega non aveva atteso che anche lui arrivasse per analizzare la scena del crimine?
Pochi indizi, la stanchezza gli giocava brutti scherzi, dagli interrogatori di parenti e amici della vittima e dei servitori della casa ricavava poco o niente, i giorni che seguirono furono frustranti. Eppure c’era qualcosa che lo tormentava.
***
Josh e il detective si ritrovarono qualche sera dopo davanti la porta di casa Anderson. Uno strano luccichio si impossessò del collo di Josh, era una catena d’oro molto vistosa e dall’aria pesante e di certo troppo costosa…
Nina Sciarrino, Graziella Agrusa
IID LSU