Quando sentivo parlare di questi episodi, non me ne preoccupavo più di tanto: si sentivano da sempre e io ne ero così lontana, tale da poter dirmi: “io non cadrò mai, io sono forte” e ne ero così sicura che non mi sarebbe mai passato per la testa che mi potesse accadere, che un giorno mi sarei pentita delle mie parole, chiamandomi “illusa”.

E invece non posso dire di aver avuto ragione. Nemmeno lontanamente.

Pensavo che fosse roba da film, il bullismo, e che l’unico genere esistente fosse il prendersi a botte, sfogarsi contro i deboli e usarli come bersaglio per i propri pugni.

Magari ero troppo piccola, magari non potevo saperne altro, non essendoci mai passata, ma almeno potevo dire di avere una vita rose e fiori, a quel tempo, e di essere felice di andare a scuola, accolta dai migliori compagni che potessi trovare.

Non fu così anche in seguito.

Niente di ciò che era nelle mie aspettative accadde realmente: tutto l’opposto, tutto ciò che non avrei mai immaginato. Iniziò tutto dalla prima media: le prime settimane era tutto a posto, poi tutto crollò, tutto crollò addosso a me, e mi oppresse fino a togliermi il respiro, a farmi dire “basta!”, ormai troppo tardi.

Durante le prime volte, quando iniziavo a notare qualcosa, non ne ero molto sicura: e se fossero state solo cosette da niente? E se quando l’avessi raccontato a qualcuno l’avrebbe presa con superficialità? Magari ero io a sbagliare…forse stavo vedendo le cose dal punto di vista sbagliato, magari era il mio carattere, magari ero troppo permalosa e guardavo solo le cose negative?

Ma io permalosa non lo ero mai stata, e dove c’era anche solo un briciolo di bene, io andavo a scovarlo e a ingigantirlo.

In realtà non era niente di tutto questo: stavo solo cercando un modo per negarlo, per continuare a fare finta che tutto stesse andando bene, che era tutto normale, quando invece non era così.

Preferivo non crederci, e io potevo dire tutte le volte che volevo che era tutto ok, ma dentro di me non era così: non potevo ingannarmi più di tanto, e la parte più inconscia di me soffriva, in silenzio, non dava segni di poter essere presa in giro anche lei.

Stavo male, ma non lo volevo ammettere. A me? A me non poteva capitare una cosa del genere, io avevo detto di essere forte, avevo detto che non sarei mai crollata. Non a me. Non poteva succedere anche a me.

Non lo raccontai a nessuno: chiunque avrebbe detto che sono cose da niente.

Da una parte ero esclusa, venivo trattata come se non valessi niente, come se non esistessi: io ero importante, volevo farmi credere, io ero a pari di loro, eppure….. via via queste frasi sbiadirono a poco a poco nella mia mente.

Io ero nessuno: ero quella che rimaneva sempre fuori, che guardava da lontano gli altri divertirsi, sapendo che, anche se non l’avevano detto esplicitamente, mi odiavano: da come si comportavano, da quello che facevano.

Cercavo di risolvere la cosa, avvicinarmi, tentare di essere più estroversa: provavo a cambiarmi, la cosa peggiore che si possa fare. Ma quello che ottenevo era solo una faccia disgustata, una voltata di spalle e una fitta fortissima al cuore, che, una dopo l’altra, iniziavano a diventare troppe.

Forse dovevo semplicemente farmi i fatti miei, subire, andare a scuola, studiare e fare compiti in classe. Dovevo fare quello, perché, per quanto mi sarei sforzata, sarei sempre stata buttata via, in quel disprezzo da parte degli altri, che feriva più di una pugnalata.

Non potevo dirlo, tutti avrebbero fatto una risata, forse ero io a ingigantire la cosa, a voler essere al centro dell’attenzione. Ma l’altra parte di me lo sapeva che non era così: il problema era grande, ma nessuno l’avrebbe capito se l’avessi descritto a parole.

Cosa potevo fare?

Era un macigno sul mio cuore, che mi affondava sempre di più. Una persona in particolare mi ha ferita davvero, mi ha dato il colpo di grazia, con insulti pesanti. Le prime volte cercavo di difendermi;  ho capito subito, però, che non sarebbe servito a niente.

Tacqui pure qui.

Ogni secondo di quelle maledette sei ore era un tormento: mi venivano dette cose assurde, sussurrate in modo che nessuno oltre me le sentisse. Cose che, ripetute così tante volte, non uscivano più dalla testa e ci frullavano per tutta la giornata.

Mi veniva strizzato il cervello, e io non potevo fare altro che piangere in silenzio: bagnare il quaderno sul quale ero poggiata, facendo finta di stare solo riposando.

E continuava così per tutto il tempo. Mi ridevano alle spalle, con battutine che nemmeno io capivo.

Un giorno telefonai a mia mamma, singhiozzante, perché mi venisse a prendere subito. Non volevo più stare lì, volevo solo tornare a casa, abbracciarla, e dirle che era la persona più importante per me. Lei, almeno, mi voleva bene.

Quel giorno mi decisi a dirle qualcosa. Lei subito smosse mari e monti per aiutarmi: lo disse ai colloqui ai professori, i quali risposero che ce la dovevamo sbrigare da soli noi ragazzi. Ma come potevo sbrigarmela da sola? Volevo, ma non ce la facevo. La mia mamma voleva aiutarmi a tutti i costi: non poteva essere successo, non alla sua bambina, per la quale voleva solo il bene. Non potevo farla soffrire così. Le dissi che le cose si stavano risolvendo e lei si tranquillizzò. Tutto tornò alla normalità, per lei. E io continuavo a incassare in silenzio: da una parte della classe ero esclusa e disprezzata, da un’altra servivo solo a far copiare i compiti in classe, da qualche soggetto presa in giro e con brutte parole.

Così trovai un migliore amico: un diario. Quando l’oppressione diveniva insopportabile, gli raccontavo tutto: lui mi accoglieva in silenzio e io mi sentivo meglio. Ma la situazione peggiorava sempre di più, e lui poteva aiutarmi solo fino ad un certo punto.

Fu così fino alla terza media e io mi stavo adeguando: io ero lì e basta, non potevo più essere a pari di loro.

L’unica mia salvezza era l’atletica: mi sfogavo, avevo piccole soddisfazioni e lì c’erano tanti amici che mi volevano bene: con loro ero me stessa, ridevo, scherzavo, mi confidavo su tutto. Erano e sono dei veri amici, e non li ringrazierò mai abbastanza.

Poi mia mamma si accorse che stavo ancora male; scenate fuori dalla scuola: lei litigava e io ero nascosta in macchina, volevo solo sprofondare, scomparire, volevo solo essere in una classe normale. Lo sapevo che quel gesto l’avrei pagato caro, infatti il giorno dopo tutti mi prendevano in giro per quel che era successo. Supplicai mia mamma di non farlo più, e lei, non volente e titubante, accettò.

Arrivarono gli esami e io facevo il conto alla rovescia, perché presto sarebbe finita. Ormai avevo tagliato fuori dalla mia vita quella persona che mi diceva di tutto, perché, a forza di non rispondere e subire, aveva deciso che mi aveva torturata abbastanza. Ma ormai era troppo tardi: avevo versato tutte le lacrime che avevo, ero stata male fino al limite, ormai le cose orribili erano successe, e le ferite morali restano per quanto più tempo possibile, e non si possono ricucire, nemmeno con un ago divino.

Prima di dormire, un pianto non me lo toglieva nessuno, quando poggiavo la testa sul cuscino consapevole che il giorno dopo sarei dovuta andare in quella “classe” che così non si poteva definire. Avevo il terrore al pensiero che a breve ci sarebbe stata la gita di fine anno, e io sarei dovuta andare fuori dalla mia città, sola con quelle persone, che era equivalente ad essere isolata e non dire una parola per tutto il tempo.

Non ci andai.

Non osavo nemmeno azzardarmi a dire che forse ci sarei andata. Nemmeno per sogno. Sarei rimasta in camera sola o con qualche professoressa, lo so. Tutti pensavano che non volessi andarci per paura, perché ero solo una fifona. Persino i professori mi avevano chiesto straniti perché non ci andassi; volevo dire almeno ai miei genitori la verità, ma era difficile farglielo capire e io non ero abbastanza estroversa per parlarne.

Ne ho risentito molto, perché non c’entra l’essere permalosi o meno (cosa che non sono): certe cose fanno male, anche un semplice gesto può essere una pugnalata alle proprie emozioni, che non può essere parata in nessun modo. Tuttora sto cercando di risolvere dei problemi che questa situazione mi ha lasciato, ma agli occhi degli altri sono sempre sorridente e non c’è chi non pensi che stia andando tutto alla grande, mentre ancora al pensiero sto male.

Un incubo che nessuno può capire: spiegarlo a parole è impossibile, e anche scritto non rappresenta bene la realtà. Solo io posso ricordare e rivivere quei momenti, per quanto si possa affermare il contrario.

 

Margherita Manuardi