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Gli ideali che mossero i Padri fondatori dell’Europa ed il perché dell’urgenza del nostro impegno per completare la loro opera

“Ciò che ci unisce è più forte di ciò che ci divide” 

Se il 9 maggio 1950 fosse già esistito Twitter, un giornalista presente nella Sala dell’orologio del Quai d’Orsay di Parigi avrebbe sicuramente dedicato i 280 caratteri di post a questa asserzione:

Dal 1950 al giorno d’oggi sono cambiate molte cose, ma prima di analizzarle facciamo un passo indietro. Perché Europa? E soprattutto perché il bisogno di unione economica e, in prospettiva, anche politica tra i vari Stati europei?

Interpretate questo breve excursus storico non come una tediosa pagina del libro di storia che forse avrete già sottolineato, ma come una premessa indispensabile per capire perché oggi noi e mezzo miliardo di europei viviamo in pace e libertà grazie all’Unione Europea.

L’esigenza di un’Europa unita è sempre stata un’utopia secolare risalente all’epoca greca e romana e come un filo rosso ha attraversato tutta la storia fino all’età moderna. L’algoritmo a rapporti di consequenzialità era sempre lo stesso, aberrante e irragionevole: guerra-perdite di risorse-crisi-breve pace-nuova guerra. Un esempio? Il bilancio della seconda guerra mondiale, che è stato immondo, turpe e immorale: milioni di morti, città bombardate, fabbriche chiuse, decolonizzazioni, ect..

E se già Jean Monnet nel discorso del 5 agosto 1943 ad Algeri esortava “Il faut agir maintenant“, valutando gli eventi storici, è proprio dal secondo dopoguerra che si è capito che l’unico modo per risolvere le controversie tra gli Stati era utilizzando la diplomazia, potente strumento che il presidente della Commissione Europa Jean-Claude Juncker ha definito: “scontro di parole risolvibile intorno ad un tavolo e non in trincea”. Essere europeisti voleva dir questo già nel 1951 con la creazione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio e poi nel 1957 nei trattati di Roma che diedero finalmente inizio al progetto di pace europeo.

            Ma oltre a non lasciare inquietare l’establishment politico europeo, cercare di curare l’emergenza del Dopoguerra in ambito economico, cosa hanno pensato i Padri fondatori che servisse all’UE per nascere, concretizzarsi e ramificare?

Serviva una spinta ideale, un orizzonte di valori più lontano cui mirare: valori come la dignità umana, inviolabile, da rispettare e tutelare; la libertà non solo intesa nell’accezione di movimento e soggiorno libero nell’Unione Europa, ma anche in quella individuale, dunque il rispetto della vita privata, la libertà di pensiero, di religione, di riunione, di espressione e di formazione; la democrazia, fondata sul principio di rappresentanza; l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge; lo stato di diritto giuridico e la tutela dei diritti umani, fra cui il diritto a non subire discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale, il diritto alla protezione dei dati personali e il diritto di accesso alla giustizia

E tra le virtù basate su inclusione, tolleranza, giustizia, solidarietà e non discriminazione non si può non citare l’attenzione al benessere e la pace tra i cittadini, il favoreggiamento di un’economia equilibrata di sviluppo sostenibile, la lotta contro chi è escluso e discriminato, la promozione del progresso scientifico e tecnologico configurato in una coesione economica, sociale e territoriale, il rispetto della ricchezza data dalla diversità linguistica e culturale e l’istituzione di un’unica moneta, l’Euro.

            Ma come viene spiegato genuinamente e ironicamente nel fascicolo “Le cose di cui l’Europa può andare orgogliosa”, a volte si litiga per poi far la pace, proprio come una grande famiglia.

Nonostante la vivacità dei dibattiti e delle discussioni che durano anche più di un anno, l’UE con i rappresentanti dei governi nazionali si impegna ad arrivare a decisioni comuni circa temi o iniziative legislative importanti.

E nell’analisi delle problematiche che affliggono l’Europa, risulta altrettanto doveroso affermare che la crisi economica e finanziaria iniziata nel 2008 ha fatto emergere che l’integrità tra gli Stati europei è ancora parziale. Tale problematica è stata messa in evidenza dall’esplosione del debito pubblico in alcuni Stati, tra i quali l’Italia, che ha generato una crescita economica molto ridotta e un conseguente aumento della disoccupazione.   E nella moltitudine di interessi contrastanti, la Banca Centrale Europea ha dovuto fare i conti con i limiti imposti alla sua azione dagli accordi comunitari, valutando le misure da adottare per risolvere tale situazione di crisi.

            Per queste ragioni urgono delle misure efficaci e vigorose per completare l’opera iniziata dai Padri fondatori. E se “i giovani non sono il futuro ma il presente”, qual è la visione giovanile dell’Europa in un periodo di radicali e ricorrenti mutamenti sociali e culturali? E soprattutto, è giusto accusare le nuove generazioni di indolenza e disinteresse?

Dai risultati di un’indagine fatta al Forum europeo della gioventù 2018 su un campione di 943 intervistati dei 28 Stati membri dell’UE con fascia d’età per lo più minore ai 24 anni (l’80%), emerge che i giovani sono informati, consapevoli del loro approccio con la politica e sono ambiziosi nel proporre idee che consentano di articolare il futuro in maniera più equa e sostenibile.

L’80% degli intervistati ritiene che l’appartenenza all’Unione Europea sia del tutto o in gran parte positiva e il 67% afferma di considerare definitivamente attraente l’idea di lavorare, vivere e studiare in un paese diverso dal proprio.

Tra le proposte, diversi i temi trattati, tra i quali il bisogno di tenere il passo con la rivoluzione digitale, la necessità di un’equa ripartizione, lavorare per un’Europa più forte, sopravvivere in tempi difficili e proteggere il nostro pianeta.

Dalle statistiche emerge che si può nutrire speranza nei giovani, i quali immersi nella realtà del loro tempo stanno incominciando a capire che bisogna agire per un futuro migliore nei diversi ambiti dell’esistenza.

 

di Paolo Ferrara