“Hugo Cabret” di Martin Scorsese

Il film “Hugo Cabret” è un’opera diretta da Martin Scorsese , basato sul romanzo “La straordinaria invenzione di Hugo Cabret”. Hugo è un ragazzo rimasto orfano addetto alla manutenzione di orologi della stazione parigina e, per sopravvivere, è costretto al brigantaggio.

La proiezione è ricca di personaggi e peripezie e la sua caratteristica principale non è tanto la storia che viene ripresa e raccontata, ma ciò che essa esprime nella sua totalità, attraverso vari argomenti interpretabili. Uno dei primi temi che saltano subito all’occhio è l’importanza della famiglia. Il protagonista e l’aiutante Isabella hanno in comune l’assenza delle figure genitoriali. Questa importanza è sottolineata dalla devozione di Cabret verso gli operati del padre; egli, difatti, cerca di completare il cosiddetto “automa”, il robot iniziato da padre e figlio, ma mai completato. Da qui, ne deriva un altro ed importante contenuto: il ricordo. Questo sembra non essere presente nel lungometraggio, ma alcuni momenti e scene dimostrano il contrario.
Fra le diverse sequenze nel film è possibile trovare, per esempio, quella ove Hugo e Isabella provano l’automa, inserendo la chiave in possesso della ragazza. Fin da subito, si nota che il personaggio principale non si aspetta tanto che il robot funzioni a dovere, ma che contenga qualcosa che valga la pena di tutto il suo lavoro e di quello del padre e che, di conseguenza, possa ricordarglielo. Hugo si arrabbierà quando l’automa non scriverà lettere e frasi di senso compiuto, chiaro segno che ciò che cercava non era il funzionamento in sé. L’importanza dei ricordi viene, inoltre, evocata con la figura Georges Melies, anziano signore ed apparente antagonista di Hugo Cabret. Severo ed intransigente, Melies ha un passato complesso. Era, infatti, un cineasta, ma con l’arrivo della Grande Guerra la gente non aveva più tempo di dedicarsi all’arte del cinema e al divertimento e dunque Georges, in preda all’insoddisfazione, brucia tutte le sue opere e tenta di reprimere tutto il passato, eludendone i ricordi. Risulta quasi una contrapposizione fra il personaggio principale, che cerca il ricordo della sua figura paterna fra gli unici oggetti rimasti, e quello di Miles, che non accetta questo dolore del passato, ma vivendo sempre insoddisfatto. Da queste ultime affermazioni, deduciamo un altro tema: la rilevanza dell’immagine. Tanti i riferimenti nel film: Georges non cerca di esternare ciò che intende comunicare al suo pubblico attraverso le parole, bensì con le immagini. Le stesse per le quali è rimasto affascinato dalla cinematografia. Altro punto a favore di questa riflessione sarebbe che l’automa, che egli stesso aveva in realtà costruito nelle notti dopo il lavoro (il cineasta aveva una passione per gli ingranaggi e gli orologi, possedeva addirittura un’officina nel suo teatro), non scrive parole ma, eccettuata la firma, schizzi.

Ultimo tema, ma non per questo meno importante, è quello del tempo. Questo è subito intuibile dal lavoro nero che il protagonista fa: egli lavora agli orologi della stazione perché ha un vero e proprio pensiero sul tempo,che esprime in presenza dell’amica Isabella. Per lui ogni cosa nel mondo ha un senso, ognuno ha motivo di esistere come ogni orologio ha bisogno di determinati pezzi per funzionare, altrimenti non funzionerebbe o non garantirebbe la sua funzione. Questo pensiero va di pari passo col ricordo: è per il tempo stesso che Georges spera di poter scordare tutto e teme per lo scorrere di questo che i suoi film e tutto ciò che ha fatto possano finire totalmente dimenticati insieme alla persona che è. È per questo motivo anche che Hugo non si arrende mai, fa ciò in cui crede e che gli piace. Sa di non
esistere per caso, ma che fa parte di un gigantesco ingranaggio che, senza di lui o chicchessia, non
girerebbe. Questi sono gli argomenti più profondi che è possibile estrapolare scavando nella trama
di un film esteriormente semplice.

Dario Reitano
3°B S.a