Un mondo alla mia altezza

Camminavo per le strade di Times Square aspettando che i miei genitori si connettessero affinché la mia distanza dall’altra parte del mondo si annullasse e l’immagine dei loro volti tornasse familiare dopo essere stata sbiadita dal tempo. Non era una giornata particolarmente fredda ma dentro di me era come se fosse nebbiosa e nulla sembrava ben definito. Ero confusa e assorta nei miei pensieri; camminavo senza una meta ben precisa e nella mia mente, ma anche nel mio corpo, non facevo che rivivere un flusso di ricordi. Ero stata travolta da un passato che tenevo chiuso in una scatola nella mia mente e che inevitabilmente era la mia identità. Era bastato vedere per strada una bambina minuta, con un viso pallido e i capelli tirati indietro; aveva una voce sottile ma decisa ed era certa a cosa stesse andando incontro. Aveva appeso al collo del cartone che le arrivava fino ai piedi. Molti passanti la ignoravano, altri probabilmente non si accorgevano neppure di lei. Io invece non solo l’avevo notata, la invidiavo. Sul cartone appeso al collo aveva scritto in modo bizzarro ma del tutto lecito per essere una bambina: “Voglio un mondo alla mia altezza”. (Forse notai solo dopo che la statura della bambina potesse essere la causa della sua irrilevanza in una delle città più grandi al mondo). Eppure non credo che si riferisse alla sua statura, bensì ai diritti, spunti, idee e riferimenti che dovrebbe trarre da un mondo che dovrebbe crescere insieme a lei piuttosto che aspettarsi di trovarla cresciuta e con ideali ormai morti. Litigava con la madre che in tutti i modi cercava di trascinarla via e dissuaderla da quel capriccio che era una battaglia persa se non sostenuta neppure dalla madre. Non so quale sia la storia di quella bambina ma ho visto in lei tutto il coraggio che non ho mai avuto io nella mia città. Ho preso dalla mia città tutto ciò che di buono ci fosse da prendere seppure non mi avesse mai offerto nulla. Ero sola; davanti a me una realtà chiusa ai cambiamenti. Quella bambina era tanto affine e tanto diversa da me allo stesso tempo: aveva raccolto con quelle parole tutti i ricordi che mi hanno colpito come se fosse stato meglio averli dimenticati. Mi sono allontanata da una città che non era mai stata alla mia altezza e la storia  di tutto ciò che ho dovuto lasciare dietro per prendermi senza scrupolo quello che non mi era stato dato è la ragione del mio arrivo a New York. Ho avuto il coraggio di lasciare quella che tutti considerano “casa” solo perché ci si è cresciuti all’interno e ancora non so quale sia casa mia. Ma non ho fatto nulla affinché chi fosse cresciuto dopo di me non  vivesse il mio stesso disagio.

Tempo fa sognavo una classe dove ognuno potesse emergere scrivendo i propri pensieri e dando sfogo a parti di sé da scoprire; un po’ come mettersi a nudo davanti a tutti. Avevo voglia di dire a tutti che hanno un sogno che non sanno di avere, capacità che non sono in grado di riconoscere e una libertà conquistata dai veri eroi della storia. Volevo una scuola che affrontasse insieme a me la storia di tutti i giorni e che vedevo passarmi accanto. Speravo in una comunità che ponesse l’utilità come criterio di scelta. Sentivo poi la necessità di scrivere come se fosse un passo in più verso la concretezza delle mie idee, ma volevo anche qualcuno che mi insegnasse come farlo straordinariamente, in modo che potesse diventare il mio futuro. Inoltre sognavo di sentir scorrere un brivido lungo la schiena alla vista di tutta la bellezza artistica tanto studiata quanto vista in foto. Alcune volte invece immaginavo di discutere con i miei genitori su tutto ciò che mi rendeva solo un punto nel vuoto. Non sapevo spiegarmi il perché della mia inadeguatezza e trovavo rifugio nelle parole che scrivevo, nei libri e accertandomi che per quanto fosse grande il mondo, prima o poi avrei trovato il mio posto, dove mi sarei sentita omologata agli altri. Il mio credere nel nuovo, nella cura del territorio e nella bellezza che la mia città poteva mostrare veniva spenta da tutti coloro che voltavano lo sguardo altrove, si tappavano le orecchie e si facevano tappare la bocca. Volevo svegliare tutti dal lungo sonno del passato e dire loro che dovremmo connettere la nostra realtà a quella di tutto il mondo invece di vivere nel passato. Se conoscessimo ciò che accade in tutto il mondo e non solo intorno a noi, avremmo una concezione diversa della realtà.                                                                                                                                                                                                     Una volta arrivata in un’agenzia fui distratta dai miei pensieri e sentii una vibrazione provenire dalla mia tasca. “Ciao mamma, non posso parlare ora. Sto comprando il biglietto aereo, torno a casa.”

Alcune volte la sfida più dura è fare i conti con la propria identità; non credo nella mia città, ma credo in quello che io posso darle, più di quanto lei mi abbia dato.

Alice Pellegrino, 3^ C n.o.