Fondamentale la prevenzione nelle scuole attraverso informazione e testimonianze

“L’ennesimo atto di bullismo si è verificato nell’Istituto tecnico-industriale Enea Mattei di Pavia; una giovane studentessa derisa per il colore della pelle, per le sue origini, per le sue scarse conoscenze linguistiche e per il suo aspetto fisico”.

Quante volte abbiamo letto o sentito parole del genere? Quante volte ci siamo chiesti come sia possibile che questo fenomeno trovi terreno fertile tra i ragazzi e nei luoghi dove invece si dovrebbe essere tutelati? Non sempre però troviamo risposte e intanto il problema continua a diffondersi a macchia d’olio. Bullizzare qualcuno non significa solo fare del male fisicamente ma anche e soprattutto psicologicamente attraverso ripetute e continue derisioni rivolte alla vittima per alcune sue caratteristiche considerate diverse. Il bullismo quindi è intenzionale, mira ad opprimere un individuo fragile fino a portarlo all’auto-convinzione di essere come i bulli lo etichettano. Solitamente questo fenomeno si riscontra nelle scuole medie e superiori, in una fascia d’età compresa tra i 12 e i 18 anni. Il bullismo inizia come un gioco innocuo ma dilaga così tanto da diventare un vero e proprio macigno che può portare addirittura al suicidio. Questo accade soprattutto quando le azioni dei bulli persistono nel tempo e non vengono denunciate. L’attività del bullo si basa sull’intimidazione e sulla sottomissione della vittima, che nella maggior parte dei casi viene minacciata di non parlarne con nessuno per evitare violenze fisiche. Il più delle volte, il bullo è una persona con problemi familiari e psicologici che riversa le proprie sofferenze su un soggetto facilmente manovrabile per alleviarle. Questa sensazione è soltanto apparente e momentanea e ciò porta il bullo a commettere di nuovo tali azioni violente. Il bullo si circonda di altri istigatori come lui che approvano il suo comportamento: sono i complici che ridono all’azione del bullo aumentandola o osservano in silenzio assumendo un atteggiamento omertoso. Per convincere la vittima a parlare, bisogna farla sentire al sicuro affinché possa aprirsi. In seguito viene denunciato l’accaduto e i bulli vengono sanzionati dalla scuola e costretti dal tribunale dei minori a risarcire la vittima. Se questo non avviene l’oppresso può arrivare anche a suicidarsi, non avendo più la forza di andare avanti, di stare in un mondo dove non si hanno amici e dove molti di coloro che ti conoscono tendono a ridicolizzare alcuni aspetti fisici o caratteriali. Bisogna partire dalla scuola sensibilizzando i ragazzi su questa tematica per incitare le vittime a farsi avanti e a parlare e il bullo a fermarsi per evitare conseguenze spiacevoli. Per questo motivo si invitano come testimoni anche genitori i cui figli, vittime di continue vessazioni, hanno deciso di togliersi la vita. Tutto ciò per far capire ai provocatori le conseguenze pericolose del loro “gioco innocuo” che può provocare tanto dolore e colpire famiglie che si vedono strappare via i propri figli.

Alessandra Ciotti, Camilla Margiotta, Viviana D’andrea