Cause e conseguenze dell’attuale stigma sociale

I coronavirus (CoV) sono un’ampia famiglia di virus respiratori che possono causare malattie da lievi a moderate, dal comune raffreddore a sindromi respiratorie come la MERS (sindrome respiratoria mediorientale) e la SARS (sindrome respiratoria acuta grave). Sono chiamati così per le punte a forma di corona che sono presenti sulla loro superficie. I coronavirus sono comuni in molte specie animali (come i cammelli e i pipistrelli) ma in alcuni casi, se pur raramente, possono evolversi e infettare l’uomo per poi diffondersi nella popolazione. Un nuovo coronavirus è un nuovo ceppo di coronavirus che non è stato precedentemente mai identificato nell’uomo. In particolare quello denominato provvisoriamente all’inizio dell’epidemia 2019-nCoV, non è mai stato identificato prima di essere segnalato a Wuhan, Cina a dicembre 2019.

L’emergenza epidemica prodotta dal virus Covid-19 pone, nell’epoca dell’infosfera e della tecnosfera globalizzata e pervasiva che stiamo attraversando, questioni del tutto nuove e al contempo fa emergere vecchi se non vecchissimi schemi antropologici. Il vecchissimo e il nuovissimo s’intrecciano in uno strano miscuglio rendendo confuso un quadro già di per sé torbido. A livello psicologico, infatti, a partire da alcune delle stesse raccomandazioni contenute nel decalogo governativo per difendersi dal Covid-19, ciò che emerge è che questo virus sta mobilitando aspetti della natura umana evolutivamente sedimentati che assomigliano moltissimo ad un repertorio di difese e contromosse che stranamente a loro volta somigliano al catalogo delle principali forme di psicopatologia. Cosa vuole dire questo e cosa implica?

Prendiamo alcuni punti del decalogo: lavati (spesso) le mani; pulisci le superfici con disinfettanti a base di cloro o alcol; non toccarti occhi, naso e bocca con le mani. Sono notoriamente aspetti tipici del repertorio ossessivo-compulsivo. Ed ancora: evita contatto ravvicinato con persone che soffrono di infezioni respiratorie acute; è chiaramente l’espressione di un comportamento fobico-evitante.

Allargando il campo di osservazione, alcuni comportamenti di massa di incetta di viveri e oggetti percepiti come salvifici (mascherine e disinfettanti), per fortuna meno frequenti di quanto si pensi, raccontano di memorie manzoniane di assalto ai forni o di follie collettive che abbiamo potuto osservare solo in alcuni film catastrofici americani. Fenomeni di panico collettivo che associamo subito alla distruttività di folle calpestanti e devastanti.

La quarantena, inoltre, evoca scenari del tutto inediti alle nostre generazioni (almeno in Italia) e convoca situazioni e abitudini completamente sconosciute, almeno se si parla di masse. Rimanere isolati in casa, non poter frequentare luoghi pubblici o ridurre drasticamente la vita sociale rimanda immediatamente ad una deriva depressiva, se non addirittura ai sintomi negativi di alcune psicosi. Nell’immaginario collettivo si ferma la vita, si cade in una passività e in una solitudine senza ritorno. Settimane se non mesi in uno stato di reclusione domiciliare come se si scontasse una pena.

Ci ritroviamo in questa inedita e duplice situazione di gestire da un lato un repertorio comportamentale sulla carta disadattativo (fatto di gesti circospetti e compulsivi) che transitoriamente appare invece come adattativo e a scoprire al contempo angosce e difese primitive che emergono come fortemente compromettenti le capacità critiche e di valutazione della realtà in rapido mutamento.

Per comprendere appieno cosa accade alle persone dobbiamo ricordarci che l’essere umano è biologicamente “costruito” per sopravvivere in prima persona e più in generale per far sopravvivere la propria specie. Il cervello ha un’area specifica implicata direttamente in tale meccanismo. Si tratta del sistema limbico che garantisce il funzionamento dei meccanismi automatici dell’organismo. All’interno del cervello, nella parte profonda degli emisferi cerebrali si trova l’amigdala, un nucleo che interviene direttamente nell’attivazione del meccanismo d’allarme emotivo: la paura. Si tratta di un’attivazione istintiva che allo stato blando determina lo stato di allerta e in caso di attivazioni energiche innesca i meccanismi di attacco e fuga.

La sovraesposizione di questi giorni agli stimoli attivanti come ad esempio i tele/radio giornali, i social di vario genere, ha determinato nella maggior parte delle persone un effetto risonanza che ha fatto sì che il segnale d’allarme, anziché stimolare la prudenza ed i relativi comportamenti di prevenzione, ha portato le persone ad un’eccessiva attivazione innescando comportamenti irrazionali e antisociali. È da tenere presente che di fronte alle situazioni di incertezza e di disorientamento le persone reagiscono frequentemente conformandosi alla massa e comportandosi acriticamente come la maggioranza.

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), in collaborazione con Ifrc (International Federation of Red Cross e Red Crescent Societies) e Unesco, ha messo a punto una guida per prevenire e affrontare lo stigma sociale associato a Covid-19, rivolta alle istituzioni governative, ai media e alle organizzazioni locali che lavorano nel campo della nuova malattia da coronavirus.

Lo stigma sociale, nel contesto della salute, è l’associazione negativa tra una persona o un gruppo di persone che hanno in comune determinate caratteristiche e una specifica malattia. In una epidemia, ciò può significare che le persone vengono etichettate, stereotipate, discriminate, allontanate e/o sono soggette a perdita di status a causa di un legame percepito con una malattia. Perché si sta espandendo? I motivi sono tre: è una malattia nuova di cui si sa ancora poco; le persone hanno spesso paura dell’ignoto; ed è facile associare questa paura agli “altri”.

Creare questo clima, avverte l’Oms, potrebbe addirittura contribuire ad aggravare la diffusione del virus. La paura di essere socialmente emarginati e stigmatizzati, infatti, potrebbe spingere le persone a negare i primi sintomi clinici e non cercare cure mediche tempestive.

La cura dalla discriminazione dovrebbe essere, sempre secondo l’Oms, una diffusione obiettiva e scientifica dei fatti e una corretta informazione su ciò che sappiamo del virus. In parte le paure vengono giustificate dal rapporto: “Dato che COVID-19 è una nuova malattia, è comprensibile che la sua comparsa e diffusione causino confusione, ansia e paura tra il grande pubblico”.

Lo stigma sociale, la discriminazione infondata, contro cui mette in guardia l’Oms, è dunque una malattia molto più insidiosa e molto più profonda e radicata, che va ben oltre l’attuale epidemia.

di Mariasole Desideri