Dove manca lo Stato c’è la mafia.

Castelforte (LT)

Intervista di Lucia De Sanctis (Blogger, Uni-Sapienza Roma)

Abbiamo intervistato sull’attuale lotta contro le mafie in Italia, Vincenzo Musacchio, giurista, professore di diritto penale, associato al Rutgers Institute on Anti-Corruption Studies (RIACS) di Newark (USA) e ricercatore dell’Alta Scuola di Studi Strategici sulla Criminalità Organizzata del Royal United Services Institute di Londra. E’ stato anche allievo di Giuliano Vassalli e amico e collaboratore di Antonino Caponnetto.

Professore perché le mafie sono diventate così forti?

La mafia è sempre stata forte e lo sarà sempre laddove lo Stato è debole o addirittura connivente. La mafia accrescerà ancora la sua forza finché esisterà una politica che fa sempre più finta di non capire. La mafia otterrà consenso sociale finché esisteranno le diseguaglianze sociali e l’assenza di politiche idonee a lottarle. Dove c’è diseguaglianza non c’è lavoro, non c’è democrazia, dove non c’è democrazia non c’è lo Stato ma c’è la mafia “benefattrice”.

Ha appena detto che dove non c’è lo Stato ci sia la mafia, quindi con che tipo di mafia abbiamo a che fare oggi?

La mafia nel corso degli anni è cambiata moltissimo. Siamo passati da una mafia al servizio della politica a una politica al servizio della mafia. La nuova criminalità organizzata è entrata nelle stanze del potere. La mafia oggi agisce in sintonia e in convergenza con parti attive della società civile. Le mafie sono più forti di prima e sparano meno o quasi per niente. Sfruttano le diseguaglianze sociali per creare un meccanismo di “ausilio sociale illegale”, sfruttando l’assenza di quello legale essendo capaci di fornire alla cittadinanza ciò che lo Stato non riesce a darle, grazie anche all’immensa liquidità monetaria di cui dispongono.

Il fenomeno mafioso emerso in “Mafia Capitale” ha carattere autonomo o è specchio di una nuova realtà?

Oggi esistono mafie di tutti i tipi, che collaborano tra loro: infatti, se la mafia di una volta si fondava sul sentimento di appartenenza, oggi clan si rifanno al puro interesse economico e finanziario. La criminalità organizzata moderna utilizza la corruzione come strumento privilegiato di operatività. Essa s’infiltra nell’amministrazione pubblica e nell’economia attraverso metodi non violenti. È perciò improrogabile la necessità di una chiara analisi di politica criminale che porti a una modifica normativa in considerazione proprio di queste metamorfosi mafiose. Una nuova fattispecie incriminatrice potrebbe far rientrare a pieno titolo nell’alveo dell’art. 416 bis c.p. anche le relazioni illecite fra apparati pubblici e crimine organizzato in forma stabile e associata che caratterizzano il fenomeno storico delle mafie contemporanee.

Crede che ci si debba arrendere di fronte a queste nuove evoluzioni mafiose?

Assolutamente no. La difficoltà di lottare le mafie è solo una scusa usata da forze politiche incompetenti e non all’altezza, che non hanno alcuna visione politica seria nella lotta al crimine organizzato. Non hanno idee, né tantomeno la capacità per attuarle. Il nostro Paese è in mano alle mafie invece che alle istituzioni. Il più grande problema dell’Italia è attualmente la mafia. Per questo, oggi, sono convinto più che mai che sia arrivato il momento di adattare e migliorare gli strumenti per contrastare le nuove forme e le sfide della criminalità mafiosa. Tra questi c’è anche la riscrittura del delitto di associazione per delinquere di stampo mafioso adeguato ai nostri tempi.

Secondo lei come reagisce la gente?

Le persone comuni, com’è naturale, sono impaurite perché vedono lo Stato latitante. Gli attentati storici sono riusciti nel loro intento: eliminare i veri nemici delle mafie. Non è con le armi che si sconfigge la mafia, ma promuovendo una determinata visione politica, economica, sociale e culturale. Il problema, si capisce, è di enorme portata, e non è certo l’attuale “politica del social network e delle piattaforme web” che può risolverlo. La mafia si combatte con la scuola e con i giovani.

Prima degli attentati storici, penso a quelli di Capaci e Via d’Amelio, la gente aveva più fiducia nello Stato?

Assolutamente sì. A rappresentare lo Stato c’era gente che non ha esitato un attimo nel lottare le mafie anche a costo della propria vita. Oggi ai cittadini la mafia sembra sempre una cosa lontana, una cosa da giornali, da televisione, anche se l’abbiamo davanti agli occhi tutti i santi giorni facciamo finta che non ci sia oppure ci si accorda con essa quando ci conviene. Dopo gli attentati e le innumerevoli vittime, la popolazione ha cominciato a capire come stanno le cose e come diceva Giovanni Falcone, quando si tratta di rimboccarsi le maniche e incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare. L’unico argine possibile a questo non fare sono gli anticorpi sociali, perché nessuno può farcela da solo e come ci ha insegnato Paolo Borsellino, la lotta alla mafia dovrà essere un movimento culturale e morale che coinvolga tutti, specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire subito la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità, quindi complicità.